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I limiti delle riforme

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Il presidenzialismo ha dimostrato in Francia e Stati Uniti i suoi limiti. In Italia servono correttivi: ecco qualche proposta
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Le due maggiori democrazie presidenziali del mondo, Stati Uniti e Francia, sono oggi in difficoltà perché il presidenzialismo, essendo privo di arbitri, funziona sinché le società non sono divise da conflitti profondi. Se la parte sconfitta nelle elezioni accetta il risultato, e se la gran parte dei cittadini si sente rappresentata, la società è pacificata e il presidenzialismo funziona. Ma se la parte sconfitta non si sente rappresentata dal vincitore e contesta la sua legittimità, il conflitto esplode e il paese arranca. È quello che accade oggi nell'America del dopo Trump.


In Francia le difficoltà sono simili ma hanno natura diversa. Sono determinate, a mio avviso, dal fatto che i presidenti negli ultimi anni sono stati scelti d…

Le due maggiori democrazie presidenziali del mondo, Stati Uniti e Francia, sono oggi in difficoltà perché il presidenzialismo, essendo privo di arbitri, funziona sinché le società non sono divise da conflitti profondi. Se la parte sconfitta nelle elezioni accetta il risultato, e se la gran parte dei cittadini si sente rappresentata, la società è pacificata e il presidenzialismo funziona. Ma se la parte sconfitta non si sente rappresentata dal vincitore e contesta la sua legittimità, il conflitto esplode e il paese arranca. È quello che accade oggi nell'America del dopo Trump.


In Francia le difficoltà sono simili ma hanno natura diversa. Sono determinate, a mio avviso, dal fatto che i presidenti negli ultimi anni sono stati scelti da una ristretta minoranza di elettori. Nel secondo turno della elezione presidenziale, con due soli concorrenti, è evidente che il vincitore prenda più della metà dei voti. Ma nel primo turno, quello che conta per determinare il gradimento del vincente, il consenso si è aggirato negli ultimi anni attorno al quarto degli elettori. Hollande prese nel primo turno, 2012, il 28 circa dei voti; Macron nei suoi due primi turni delle elezioni presidenziali, 2017 e 2022, ha preso rispettivamente il 24% circa e il 27% circa. Negli ultimi dieci anni più del 70% degli elettori francesi non si è sentito rappresentato dal presidente e la violenza degli scontri nelle città sta a dimostrarlo.


In realtà tutte le società occidentali sono attraversate da crisi sociali e da trasformazioni tecnologiche che generano conflitti spesso senza sbocco. È proprio in questi momenti difficili, quando la partita si fa dura, che si sente il bisogno di un arbitro, di qualcuno che sia fuori della mischia e che possa pazientemente aiutare a sedare i conflitti e ricucire le fila del governo. Nella esperienza italiana il ruolo di arbitro del Presidente della Repubblica é stato spesso decisivo. Limitarlo sarebbe suicida. A queste valutazioni occorrerebbe aggiungere la complessità dei radicali cambiamenti che il presidenzialismo imporrebbe nella struttura del Parlamento, nei rapporti tra Parlamento e governo, nelle magistrature, nella Corte Costituzionale, nel rapporto con le Regioni e i Comuni.


In critiche ancora più gravi incorre la cosiddetta elezione del sindaco d'Italia. Aprirebbe la strada a un sistema bicefalo, con un presidente del Consiglio eletto direttamente, con una forte legittimazione politica, e un presidente della Repubblica eletto dal Parlamento, con minore legittimazione ma con forti poteri d'intervento. In ogni caso basta ricordare la fallimentare esperienza israeliana dell'elezione diretta del premier varata nel 1996 e chiusa solo cinque anni dopo, nel 2001. Tuttavia le istanze presidenzialiste non vanno trascurate perché costituiscono il sintomo di un disagio reale del quale non riescono ad essere il farmaco. Da circa trent'anni la carenza di capacità decisionale nel Parlamento, nel governo, nella pubblica amministrazione costituisce il maggior impedimento allo sviluppo interno e alla competizione internazionale. Il tema da affrontare quindi, fuori dagli ideologismi, è la costruzione di una "democrazia decidente", una democrazia capace di decidere, nella consapevolezza che una democrazia incapace di decidere inevitabilmente apre le porte prima a pratiche tanto necessitate quanto deteriori, come l'attuale monocameralismo di fatto e la legislazione per decreto, e poi, in assenza di rimedi, all'autoritarismo.

Gli studiosi di questi problemi hanno da tempo individuato alcuni rimedi semplici che provo a sintetizzare senza la presunzione di esaurirli. A) fiducia al solo presidente del Consiglio, che forma successivamente il governo; b) possibilità del presidente del Consiglio di proporre al presidente della Repubblica la nomina e anche la revoca dei ministri; c) sfiducia costruttiva; d) voto del Parlamento in seduta comune per fiducia, sfiducia costruttiva, legge di bilancio, ricorso all'indebitamento.


Purtroppo non possiamo limitarci ai rami alti del sistema. L'esperienza del Pnrr ci ha messo di fronte alle difficoltà decisionali delle pubbliche amministrazioni, per l'incertezza delle responsabilità e le farraginosità delle procedure, e alle difficoltà attuative del nostro comparto produttivo, per carenza di capacità strategiche e di mano d'opera adeguata. Sono aspetti che non possono essere trascurati nel processo di costruzione di una democrazia capace di decidere.