Non c’è dubbio alcuno che tra le doti principali di Zelensky ci sia quella di essere un grande ed abilissimo comunicatore. La storia ci ha ampiamente dimostrato che una delle capacità più importanti di un “comandante in capo”, quale è Zelensky da ormai 15 lunghissimi mesi, è quella di trasmettere messaggi forti che parlino al proprio popolo, rendano evidente una visione, una strategia e, contemporaneamente, mettano a nudo le fragilità del “nemico”. L’idea di celebrare a Kiev il 9 maggio, insieme alla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, la “giornata dell’Europa” rappresenta un “coup de théâtre”. Uno straordinario messaggio politico che sintetizza mesi di dolorosa ed eroica resistenza ed indica una prospettiva. Proprio dopo una notte in cui Kiev è stata sottoposta ad uno dei bombardamenti più duri dall’inizio della guerra. Come per r…
Non c’è dubbio alcuno che tra le doti principali di Zelensky ci sia quella di essere un grande ed abilissimo comunicatore. La storia ci ha ampiamente dimostrato che una delle capacità più importanti di un “comandante in capo”, quale è Zelensky da ormai 15 lunghissimi mesi, è quella di trasmettere messaggi forti che parlino al proprio popolo, rendano evidente una visione, una strategia e, contemporaneamente, mettano a nudo le fragilità del “nemico”. L’idea di celebrare a Kiev il 9 maggio, insieme alla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, la “giornata dell’Europa” rappresenta un “coup de théâtre”. Uno straordinario messaggio politico che sintetizza mesi di dolorosa ed eroica resistenza ed indica una prospettiva. Proprio dopo una notte in cui Kiev è stata sottoposta ad uno dei bombardamenti più duri dall’inizio della guerra. Come per ricordare quel monito incancellabile: “avete la forza ma non la ragione”.
La von der Leyen è arrivata a Kiev non a mani vuote. Il Parlamento Europeo si è già pronunciato, a larghissima maggioranza, a favore della procedura di urgenza per approvare nuove e cruciali forniture di munizioni e materiale di armamento all’Ucraina. Contemporaneamente la Commissione Europea ha, praticamente, definito l’undicesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia con l’obiettivo di renderle più efficaci e, soprattutto, di contrastare le triangolazioni di paesi terzi. Il tutto mentre il price cap sul petrolio del G7 incomincia a mostrare un’efficacia sempre maggiore. Certo, non sono mancate le sottolineature critiche tese a non nascondere, da parte di Zelensky, gli inaccettabili egoismi delle restrizioni europee, di alcuni paesi in particolare, per il transito del grano ucraino. Ma nulla poteva, può offuscare la forza di un messaggio. Proprio nel giorno delle celebrazioni russe del “giorno della vittoria” l’Ucraina e l’Europa si presentano insieme per rendere evidente una prospettiva, un destino comune. Dall’altra parte a Mosca una stanca parata, militarmente sempre più povera. Con Putin che ripete un copione già ampiamente recitato e che deve accontentarsi della presenza dei leaders dei paesi della “Comunità degli Stati Indipendenti”.
In sostanza, l’ex URSS. Con il singolare paradosso del Presidente del Kazakistan, Tokayev, che era a Mosca per la “giornata della vittoria” e che nel suo paese aveva annullato ogni manifestazione per “risparmiare sui fondi statali”. Ma quello che più colpiva, che ha colpito, era l’appalesarsi per la prima volta, di un sentimento di profonda insicurezza. L’attacco dei droni alla cupola del Cremlino ha reso più chiara una straordinaria fragilità. Inimmaginabile per una grande potenza militare. La cancellazione di decine di manifestazioni celebrative, la chiusura dello spazio aereo, il diffondersi di angosce e paure è strutturalmente antitetico con il “nazionalismo imperialista” della Russia di Putin. Se a tutto ciò si aggiungono, proprio il 9 maggio, il “giorno della vittoria”, le dichiarazioni del capo della Wagner, Prigozhin, su “uno stato incapace di difendere la Russia” si capisce che c’è qualcosa di più profondo che si muove. Ma tutto ciò non avvicina la pace. Anzi. In questo drammatico specchio del 9 maggio, nella polarità di postura e di messaggio tra Mosca e Kiev c’è tutta la differenza tra l’aggressore e l’aggredito. Il primo che di fronte allo scacco strategico del presente, alla vittoria più volte annunciata e che non arriva mai, neanche a Bakhmut, deve rifugiarsi, inquieto ed insicuro, nel mito del passato. La vittoria sul nazifascismo di 78 anni fa. Il secondo che, pur duramente colpito, ha trovato l’orgoglio, la determinazione, le alleanze per resistere ed, insieme, pensare al futuro. Questo è il cuore della icastica contrapposizione di ieri tra la “giornata della vittoria” e la “giornata dell’Europa”. È sempre il 9 maggio ma nella prima c’è l’evocazione strumentale di un nobile passato, nella seconda c’è un’ansia di futuro. Sapendo, tuttavia che i “negoziati di adesione” prima e l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea dopo non sono “l’obiettivo impossibile” che si realizza dopo la guerra ma sono condizioni indispensabili, un prerequisito della pace. Un'Ucraina pienamente integrata in Europa dà più forza al suo popolo, alla sua rappresentanza democratica per negoziare una pace giusta e duratura. Non comprenderlo sarebbe un drammatico errore politico.