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Il Palazzo e le tende

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Meloni pensa al presidenzialismo mentre i giovani italiani con le tende nelle università chiedono affitti possibili. Sono le due Italie a confronto
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C'è un'Italia delle tende e un'Italia del Palazzo. Gli universitari che, sempre più numerosi, stanno presidiando le piazze per chiedere al governo ascolto e aiuto, costretti a subire affitti da strozzini. E poi ci sono Giorgia Meloni e i suoi ministri, chiusi per un giorno nelle stanze di Chigi per discutere con le opposizioni di stabilità del governo. Come se nel Paese delle diseguaglianze e della povertà galoppante, dei precari in crescita e della sospensione dei mutui, dei fondi europei a rischio e delle infrastrutture al palo il problema di metà mese degli italiani fosse davvero il presidenzialismo o il premierato.


È una visione distopica del presente, con cui tuttavia la leader della destra svela finalmente le sue carte, al termine di queste…

C'è un'Italia delle tende e un'Italia del Palazzo. Gli universitari che, sempre più numerosi, stanno presidiando le piazze per chiedere al governo ascolto e aiuto, costretti a subire affitti da strozzini. E poi ci sono Giorgia Meloni e i suoi ministri, chiusi per un giorno nelle stanze di Chigi per discutere con le opposizioni di stabilità del governo. Come se nel Paese delle diseguaglianze e della povertà galoppante, dei precari in crescita e della sospensione dei mutui, dei fondi europei a rischio e delle infrastrutture al palo il problema di metà mese degli italiani fosse davvero il presidenzialismo o il premierato.


È una visione distopica del presente, con cui tuttavia la leader della destra svela finalmente le sue carte, al termine di queste otto ore di confronto con le opposizioni. La prima premier Giorgia Meloni - ora è più chiaro - sogna di trasformarsi nel volgere di sette mesi anche nella prima donna "sola" al comando. È così che intende lasciare il segno nella storia repubblicana. "Allora perché non la monarchia illuminata?" l'ha rintuzzata a un certo punto Elly Schlein, al culmine del loro primo faccia a faccia. Un duello gentile, quello tra le due, che ha offerto tuttavia l'immagine plastica delle due Italie allo specchio. Ben più che un bipolarismo delle leadership, destinato a segnare i prossimi mesi e forse i prossimi anni.


Due visioni delle urgenze e delle emergenze, due approcci distinti e distanti al governo della cosa pubblica e all'idea di Paese. "Le priorità sono la sanità, il lavoro, la scuola, l'emergenza ambientale, non la riforma costituzionale", è stata la premessa con la quale la nuova segretaria del Partito democratico si è seduta comunque, con senso dello Stato, al tavolo del governo. Le riforme istituzionali sono invece "le priorità" dichiarate, per la presidente del Consiglio che ha fretta di chiudere, in un modo o in un altro. Con le opposizioni o senza. Con la Bicamerale o senza. E chiudere sull'accentramento dei poteri in capo al premier, farlo in fretta. Ancor meglio se una parte delle opposizioni, quella che risponde ai terzopolisti da ring Renzi e Calenda, le concederà una preziosa mano d'aiuto. Solo con loro Meloni potrebbe sfiorare o addirittura toccare i due terzi del Parlamento, decisivi per schivare l'ostacolo referendario.


Resta sullo sfondo, per nulla svanita, la sensazione che si sia trattato di una formidabile messa in scena, della costruzione ad arte di un'arma di distrazione di massa (da cosa è presto detto, c'è un elenco lungo così: Pnrr, Mes, migranti, cancellazione del reddito di cittadinanza e debito pubblico da piazzare). Tutto a beneficio di tv e social: la "bestia" della comunicazione meloniana ormai non ha più nulla da imparare da quella salviana da tempo in letargo.


Ma volendo invece prendere maledettamente sul serio quello che è avvenuto ieri, allora non si può fingere di non vedere il convitato di pietra seduto al tavolo di Palazzo Chigi. Manca, non a caso, nella ricetta della premier, qualsiasi riferimento a un meccanismo di check and balance che possa fare appunto da contrappeso democratico, verrebbe da dire, ai suoi disegni e alle sue ambizioni da "pieni poteri". A cominciare da uno straccio di riferimento a una riforma massiccia della legge elettorale. In Francia ad esempio è il doppio turno a fare da selezione e filtro a un potere che all'indomani del voto si fa pieno e "decidente", come ama definirlo Meloni.


Lei invece pensa all'elezione diretta del capo del governo. Volutamente ignara del fatto che l'unico Paese occidentale in cui il progetto è andato in porto è Israele, salvo poi vedere quel sistema cambiare rapidamente in autotutela per tornare a forme di democrazia più solide, diciamo. In Italia quel che ora viene definito "premierato" darebbe vita a una costruzione precaria e dunque pericolosa per la tenuta stessa delle istituzioni. Perché la democrazia non è solo questione di efficienza dell'azione di governo, non ha a che fare esclusivamente con la celerità con la quale i Parlamenti devono eseguire la volontà degli esecutivi e dei loro capi. Dietro i 75 anni del Senato appena celebrati, prima che a presiederlo fosse Ignazio La Russa, c'è una storia fatta di regole, di controllo e bilanciamento appunto, c'è un ingranaggio assai delicato e al contempo prezioso. Guai a sovvertirlo.


Fuori dal Palazzo, restano i ragazzi con le canadesi e con le loro rivendicazioni: rappresentano la parte più sana e vera del Paese, sono il futuro che bussa (finora invano) alle nostre porte. Dentro, il governo di destra che sogna di scarabocchiare la Costituzione repubblicana e antifascista in nome di un riformismo prêt-à-porter diventa icona del vecchio potere. Quello che vuole cambiare tutto, come sempre, solo per conservare se stesso.