Al ballo svogliato delle riforme
di Stefano FolliBisogna riconoscere che stavolta intorno alle riforme istituzionali, eterno dilemma della vita repubblicana, manca persino quel tanto di “spirito costituente” che aveva segnato l’avvio delle varie commissioni Bicamerali del passato. I nomi di Bozzi, Iotti, D’Alema riportano a quei tentativi falliti di ammodernare la Costituzione. Lunghi sforzi per mediare posizioni distanti e poi bandiera bianca. Viceversa il ricorso all’articolo 138, procedura del tutto legittima prevista dalla Carta, ha prodotto dei testi votati a maggioranza e poi stracciati dal risultato del referendum confermativo, sia nel 2006 sia nel 2016 (andò meglio con la riforma assai controversa del Titolo V nel 2001, ma le ambizioni erano minori).
Oggi il problema non è nemmeno la distanza de…
Bisogna riconoscere che stavolta intorno alle riforme istituzionali, eterno dilemma della vita repubblicana, manca persino quel tanto di “spirito costituente” che aveva segnato l’avvio delle varie commissioni Bicamerali del passato. I nomi di Bozzi, Iotti, D’Alema riportano a quei tentativi falliti di ammodernare la Costituzione. Lunghi sforzi per mediare posizioni distanti e poi bandiera bianca. Viceversa il ricorso all’articolo 138, procedura del tutto legittima prevista dalla Carta, ha prodotto dei testi votati a maggioranza e poi stracciati dal risultato del referendum confermativo, sia nel 2006 sia nel 2016 (andò meglio con la riforma assai controversa del Titolo V nel 2001, ma le ambizioni erano minori).
Oggi il problema non è nemmeno la distanza dei punti di vista, che sarebbe ovvia, bensì il modo svogliato con cui ci si è avviati al primo giro di colloqui. Giusto per registrare che non c’è nemmeno quel tanto di volontà comune necessaria per andare nella stessa direzione. Prevale la tattica, il desiderio di acquisire uno spazio di manovra da spendere poi nelle polemiche del giorno per giorno. Si capisce dunque perché Giorgia Meloni ha voluto affrettare i tempi e aprire la discussione, senza peraltro che sia chiara la rotta. Solo l’obiettivo finale è delineato: il rafforzamento dell’esecutivo e lo snellimento dei processi decisionali nella catena governo-Parlamento. Data la lezione del passato e le fratture politiche del presente, nessuno è in grado di prevedere come finirà la nuova puntata del romanzo delle riforme. È vero tuttavia che il sasso nello stagno ha smosso le acque.
L’apertura di credito da parte di Calenda, Renzi e Boschi sul punto dell’elezione diretta del premier è un segnale che riguarda sia la maggioranza sia l’opposizione. Alla prima il cosiddetto “terzo polo”, o quel che ne resta, si propone come interlocutore. Qualcuno dirà che Renzi aspira a entrare nell’esecutivo, ma non è così. Semmai il piano è più ambizioso: ritagliarsi una linea dinamica in Parlamento sulle riforme, così da rendere più evidente l’immobilismo del centrosinistra, dal Pd ai 5S, e al tempo stesso incunearsi nelle contraddizioni che esistono a destra su vari aspetti dell’azione di governo.
Quanto a Elly Schlein, le ultime ore hanno dimostrato che il fronte del “no” (Pd, 5S, sinistra, Verdi, +Europa, sullo sfondo i sindacati) ha facilmente trovato la sua coesione rigettando l’iniziativa meloniana. Era prevedibile, ma non è tutta la verità. In pratica, occorre guardare a ciò che succede all’interno di questo schieramento. Il Pd, ad esempio, non si è seduto al tavolo a mani nude. Ha una pregiudiziale: non vanno toccati i poteri e le prerogative del capo dello Stato. E una bandierina, il “cancellierato” mutuato dalla Germania (con la sfiducia costruttiva, eccetera): una proposta che ha una tradizione, ma che di tutta evidenza non è una priorità per il centrosinistra. Del resto, la neo-segretaria lo dice senza ipocrisie: “le nostre priorità sono altre, il lavoro, i salari, il Pnrr”. E qui s’intravede come dietro il “no” alla destra ci sia anche la battaglia per la “leadership” nell’area del centrosinistra. È la stessa ragione che spinge Conte a presentarsi ieri ai colloqui nonostante l’iniziale ritrosia; o che induce Fratoianni a essere il più intransigente. Ognuno gioca una propria partita politica all’interno dello schieramento del “no”.
C’è da credere che la presidente del Consiglio non sia scontenta di come è andata la giornata. In qualche modo ha mantenuto l’iniziativa, ha ottenuto la mano tesa dell’ex “terzo polo” con il suo valore simbolico, ha indotto il centrosinistra a chiudersi in prima battuta in una linea conservatrice. Forse è proprio qui la sfida che Elly Schlein dovrebbe raccogliere: non farsi condizionare dai 5S e non regalare alla destra un’immagine immeritata di dinamismo istituzionale.