La sirena del cessato allarme per ora ha suonato, benché la guerra non sia conclusa. Lo scorso cinque maggio il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha annunciato che il Covid-19 non rappresenta più una “emergenza sanitaria pubblica di portata internazionale”, o, secondo l’abbreviazione ufficiale, una “Pheic”.
La fine dello stato di emergenza segna l’inizio di una nuova fase nella battaglia collettiva dell’umanità contro il coronavirus Sars-CoV-2. Questo significa forse che la pandemia è finita? No. Si tratta di una decisione prematura? Le opinioni degli esperti non sono concordi. Come sarà la prossima fase del Covid-19 negli anni e nei decenni a venire? Possiamo solo azzardare qualche ipotesi, formulata sulla base di attente valutazioni. Due cose però sono certe: il Sars-CoV-2 continuerà a circolare tra di noi e continuer…
La sirena del cessato allarme per ora ha suonato, benché la guerra non sia conclusa. Lo scorso cinque maggio il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha annunciato che il Covid-19 non rappresenta più una “emergenza sanitaria pubblica di portata internazionale”, o, secondo l’abbreviazione ufficiale, una “Pheic”.
La fine dello stato di emergenza segna l’inizio di una nuova fase nella battaglia collettiva dell’umanità contro il coronavirus Sars-CoV-2. Questo significa forse che la pandemia è finita? No. Si tratta di una decisione prematura? Le opinioni degli esperti non sono concordi. Come sarà la prossima fase del Covid-19 negli anni e nei decenni a venire? Possiamo solo azzardare qualche ipotesi, formulata sulla base di attente valutazioni. Due cose però sono certe: il Sars-CoV-2 continuerà a circolare tra di noi e continuerà ad evolversi.
“Ciò che questa notizia significa”, ha detto il dottor Tedros, “è che è giunto il momento in cui i Paesi devono passare da una modalità emergenziale a una gestione del Covid-19, così come di altre malattie infettive”.
Nessun Paese dovrebbe abbassare la guardia, o smantellare i sistemi di protezione posti in essere durante la pandemia. A nessuno dovrebbe essere ingannevolmente dato a credere che oggi il Covid oggi non sia più qualcosa di cui preoccuparsi. È più di un anno che i decessi continuano a diminuire, ma sino alla scorsa settimana, ha fatto notare Tedros, la malattia mieteva ancora almeno quattrocento ottanta vittime al giorno. Che questo rappresenti o meno un’emergenza saranno adesso i singoli individui a stabilirlo, sulla base del fatto che a morire siano delle persone a loro care o degli estranei.
Da quando è stata inventata, nel 2005, la definizione di Pheic (in una sfortunata coincidenza fonica, date le circostanze, l’acronimo secondo alcune fonti si pronuncerebbe come “fake”) è stata applicata solo in altri sei casi: per la pandemia di febbre suina del 2009; il ritorno della poliomielite nel 2014; l’ondata di Ebola nell’Africa occidentale iniziata anch’essa nel 2014; il diffondersi del virus Zika nel 2016; la ricomparsa dell’Ebola, questa volta nel 2019, nella Repubblica Democratica del Congo, e l’attuale ondata di vaiolo delle scimmie, che presenta una diffusione e una mortalità relativamente basse ma che è a dir poco sconcertante, anche perché si tratta di un virus imparentato con il vaiolo.
Esistono malattie infettive più antiche e meno drammatiche, con un’incidenza di mortalità superiore a quella fatta registrare oggi dal Covid. Secondo una stima del 2012, la malaria uccide ogni giorno circa mille e settecento persone, soprattutto in Africa e soprattutto bambini al di sotto dei cinque anni. Nello stesso anno l’Aids ha ucciso circa mille e ottocento esseri umani al giorno.
Il bilancio delle vittime della tubercolosi è stato invece superiore: circa quattromila al giorno. La malaria rappresenta un’emergenza? Sì – se siete un genitore, vivete in un villaggio della Nigeria, non potete permettervi farmaci e zanzariere e il vostro bambino di quattro anni soffre di una febbre che mette a rischio la sua vita. La tubercolosi è forse un problema internazionale? A giudicare dai titoli di giornale, non si direbbe.
Non essendo un esperto di salute pubblica né uno scienziato, posso semplicemente dare un’opinione da cittadino: sì, è arrivato il momento di smettere di definire il Covid-19 un’emergenza di salute pubblica di portata internazionale. Ma il coronavirus è ancora tra di noi, in quasi ogni angolo abitato del pianeta, e circola anche tra i cervi dalla coda bianca, i visoni selvatici e probabilmente qualche altro mammifero. Continuerà ad essere in grado di mutare e di adattarsi — e di farlo con maggiore rapidità rispetto ai protozoi della malaria.
Il Covid continua dunque, indubbiamente, ad avere un rilievo internazionale. Conviveremo con il virus per sempre, e alcuni di noi ne moriranno.
Nel mentre, dovremmo forse mettere il termine “emergenza” a riposo e in carica, e tenerlo da parte per la prossima occasione. Che potrebbe essere la febbre aviaria H5N1 o qualcosa di diverso, che potrebbe presentarsi anche domani stesso.
Dovremmo sforzarci di mettere in campo delle misure volte a far fronte al Covid-19 in quanto virus capace di causare nel tempo malattia, sofferenza e morte, e non più come una catastrofe immediata.
Dovremo continuare a migliorare le tecniche di laboratorio e la capacità di produrre e aggiornare continuamente dei vaccini contro il Covid. Dovremo risolvere le scandalose diseguaglianze che separano Paesi ricchi e Paesi poveri nell’accesso ai quei vaccini. Con una comunicazione e un’opera di educazione migliori dovremo sconfiggere la riluttanza e il rifiuto nei confronti di quegli stessi vaccini — sia tra i privilegiati e ostinati che tra coloro che tradizionalmente non beneficiano al meglio della medicina occidentale. Dovremo mantenere, anziché ridurli (come sta accadendo) i test diagnostici per il Covid e il sequenziamento dei genomi prelevati da pazienti, al fine di rilevare e tracciare nuove varianti immuno-evasive.
Dovremo continuare a sostenere la ricerca sulle pericolose permutazioni di cui il Sars-CoV-2 e altri virus a Rna sono capaci. E dovremo prepararci, non solo per la prossima comparsa del Sars-CoV-2 (quando emergerà in una nuova, feroce forma da qualche essere umano che ha contratto un’infezione cronica, o da qualche cervo, o da un visone) ma anche per il prossimo coronavirus, o la prossima influenza, o altri virus altamente adattabili di origine animale (la lista delle possibili canaglie è lunga) che appaiono nell’uomo, apparentemente dal nulla. Ma non vengono dal nulla: arrivano dalla natura.
L’epidemiologo Michael Ryan, che è direttore esecutivo del programma Emergenze sanitarie dell’Oms, ha parlato di questo tema con eloquente trasporto, a nome della sua organizzazione, nel corso della stessa conferenza stampa in cui il dottor Tedros ha annunciato la fine dello stato di Pheic. “Ci troviamo in un’emergenza costante”, ha detto. “Abbiamo bisogno che il mondo impari a tenersi pronto. Non possiamo semplicemente continuare a rispondere, rispondere, rispondere. Dobbiamo iniziare a prepararci meglio”.
E il primo passo in questa direzione è quello di rendersi conto che viviamo in un pianeta di virus.
(Traduzione di Marzia Porta)