Il caro affitti è di destra o di sinistra? Al solito si manifesta, nel dibattito politico italiano, un tratto surreale. E salta ancora più all’occhio mentre le tende a igloo degli studenti richiamano un concretissimo dato di realtà. Lo fanno mettendo in gioco i corpi, occupando uno spazio: come per fornire a un’istanza la sua dimensione fisica, incarnandola. La tenda a igloo non è solo un presidio: prova a riassorbire una distanza tra i rappresentanti e i rappresentati. Impone loro, nel colpo d’occhio, l’entità di un problema, “drammatizza” la metafora. Se non dovesse esservi chiaro che pagare affitti da 600 euro al mese per chi studia e non ha fortune familiari alle spalle è impossibile, ecco, vedete, questa tenda da campeggio ve lo chiarisce. Diritto alla casa e diritto allo studio si saldano come due segmenti di uno stesso e più ampio diritto: la Costituzione li difende entrambi; la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo li riconosce come fondativi della dignità della persona. Ma se l’agire politico perde di vista la vita cosiddetta quotidiana, se fatica a rilevarne le asperità, le diseguaglianze, se dietro l’ampio formulario retorico che rimanda ipocritamente ai «giovani che sono il nostro futuro» non c’è una percezione effettiva dei problemi, il cittadino è tenuto — letteralmente — a manifestare. A manifestarsi. A proporre la sua stessa presenza fisica come un memento.
Al di là delle strategie di intervento, le dichiarazioni del ministro dell’istruzione Valditara («Problema delle città governate dal centrosinistra») che irritano perfino la ministra dell’università Bernini, la gaffe di Salvini sulla creazione di un dipartimento ad hoc che, nei fatti, già esiste sono nel complesso dimostrative di un certo grado di confusione e di approssimazione. Ma, più in generale, anche una semplice povera tenda a igloo può rammentare all’intera classe politica il suo ufficio di intervento migliorativo nelle vite delle persone.
La deputata Levi Baldini, più conosciuta come Natalia Ginzburg, in veste di parlamentare, rivolgendosi ai colleghi onorevoli — era l’aprile del 1984 — sulla questione del calmiere al prezzo del pane, non solo insisteva sulla inderogabile necessità di «competenze precise»: ma anche o soprattutto sul rapporto — troppo poco stretto — fra chi fa politica e l’esistenza pratica di chi non vive mai una (più o meno presunta) «età del benessere». Evocava le «fatiche immense» che toccano alle donne, le necessità del malato di fronte a ospedali sovraffollati, la disperazione del disoccupato e dello sfrattato, l’ansia dello studente che non trova alloggio. E — con la semplicità e l’esattezza lessicale di cui è capace una grande scrittrice — disegnava l’immagine di una rete, una rete-ragnatela di bisogni, «che lega insieme i diversi destini» nel disagio e nell’insicurezza. «Tuttavia un buon numero di persone in Italia non divide e non avverte questi disagi, la loro fantasia non li immagina, essi sono fuori da quella ragnatela e la ignorano. Sono quelli che hanno nelle loro mani la facoltà di scegliere, decidere, programmare». È una separazione radicale, dice Ginzburg, fra due mondi, fra due Italie. Che non si incrociano perché per incrociarsi dovrebbero trovarsi alla cassa del supermercato, alla fermata dell’autobus, o nel mezzo di trasporto pubblico sovraffollato. Non è una petizione di matrice populista, come potrebbe apparire: è piuttosto il richiamo a un’idea di politica fattiva, pragmatica, che non si risolve in una questione estetica, in un proclamo torvo o compiaciuto, in una promessa ipocrita di futuro priva di azione nel presente. Una politica che dimostra di poter cambiare le vite, di prendersene cura, di essere — di nuovo, letteralmente — una questione di vita o di morte.