I modi, i tempi, e la rozzezza con cui il governo ha messo ieri alla porta il capo della Polizia diciassette mesi prima della conclusione naturale del suo incarico e, scegliendone il suo successore, ha contestualmente insediato al vertice della Guardia di Finanza un generale su cui si è consumato un baratto politico, per giunta neppure dissimulato, tra Lega e Fratelli d’Italia, dicono molto sulla cultura istituzionale di Palazzo Chigi. E sulla ferita che questa decisione produce nel tessuto vivo del sistema di sicurezza del Paese. La rimozione di Lamberto Giannini, egregio servitore dello Stato con il difetto del silenzio e di non frequentare la mondanità del Palazzo e, soprattutto, con la colpa evidentemente imperdonabile di essere cresciuto alla scuola di Franco Gabrielli, con la contestuale e inspiegabile umiliazione di consegnargli la poltrona vacante di prefetto di Roma, tradisce un’idea proprietaria delle istituzioni di garanzia del Paese — quali sono anche i nostri apparati di sicurezza — che nulla ha a che vedere con il legittimo meccanismo che chiamiamo spoil system. Che sicuramente il nuovo governo avrebbe avuto il diritto di esercitare aspettando la naturale scadenza dell’incarico del capo della Polizia e, magari, coinvolgendo con spirito bipartisan le opposizioni (anche se la circostanza di non aver toccato palla in questa partita non sembra averle turbate).
Il governo evidentemente non ravvisa alcuna differenza tra una società partecipata, il cda Rai e il Dipartimento della pubblica sicurezza, l’organo tecnico che, su impulso dell’autorità politica, coordina le tre forze di polizia (Pubblica sicurezza, Carabinieri e Guardia di Finanza) e garantisce non solo la sicurezza ma le libertà civili del Paese. E così Palazzo Chigi, nelle persone della premier Giorgia Meloni, del sottosegretario con delega alla sicurezza nazionale, Alfredo Mantovano, del vicepremier Matteo Salvini e del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti (che, come suo stile, ha messo ieri tre fusi orari e due continenti di distanza tra sé e una nomina su cui neppure 24 ore prima si sera detto non solo contrario, ma ben lungi dall’acconsentire) ha proceduto ad un baratto che ha visto Salvini e la Lega imporre il nuovo capo della Polizia e, in cambio, la consegna del vertice della Finanza all’ufficiale scelto e voluto da Mantovano e da FdI.
Con un effetto, immediato. Trasmettere al Paese e agli apparati l’idea che i due uomini scelti per i vertici di Polizia e Finanza siano uomini segnatamente di parte. Ancillari a un’idea della sicurezza coltivata dalla nuova maggioranza di governo. Quella che, per intenderci, ha fatto rivendicare al ministro dell’Interno Piantedosi il suo essere “questurino”. Che, detta altrimenti, rappresentino dunque la rivincita consumata da un’antica filiera di servitori dello Stato che fa capo a Gianni De Gennaro (e travolta dai fatti del G8 di Genova) ai danni di una nuova stagione della sicurezza e degli apparati che era stata aperta dalla nomina di Franco Gabrielli a capo della Polizia e che era proseguita, in continuità, non solo dai governi di centro sinistra, ma persino dal governo giallo-verde. Fino alla sua consacrazione con l’esecutivo di unità nazionale di Mario Draghi (che aveva appunto nominato Giannini).
Sia inteso, nessuno eccepisce le riconosciute capacità professionali del nuovo capo della Polizia Vittorio Pisani, campione della lotta alla camorra e cacciatore di latitanti, o il profilo del generale di corpo d’armata Andrea De Gennaro, già comandante in seconda e ufficiale perbene, dalla carriera immacolata. E nessuno si sorprende che, chiamato a scegliere, il governo più a destra della storia repubblicana abbia pescato uomini che politicamente non hanno mai fatto mistero di essere collocati in quella metà del campo ma che hanno dimostrato formidabili capacità di relazione con l’intero spettro politico e parlamentare (la frequenza con cui da vicedirettore dell’Aisi Pisani incontrava esponenti politici era stato motivo, durante il governo Draghi, di una certa irritazione).
È un fatto, tuttavia, che gli uomini, al di là delle loro migliori intenzioni, sono preceduti non solo dalla storia di ciò che sono stati, ma anche dalla cultura di cui sono figli. Di Pisani, per dire, anche l’ultimo piantone del Viminale conosce la storiella — a metà tra il Trono di Spade e certi racconti misterici di apparati — che lo vorrebbe ultimo destinatario della “trasmissione della placca”: il passaggio di distintivo con cui il l’allora capo della polizia Gianni De Gennaro avrebbe simbolicamente indicato il suo delfino e il suo delfino avrebbe a sua volta indicato il successore (Pisani, appunto). Come se esistesse una strada già scritta, da predestinati.
Oggi, quello che registriamo e che Vittorio Pisani e Andrea De Gennaro, e con loro le opposizioni, faranno bene a tenere in conto è che una politica estremamente debole avrà quale proprio braccio tecnico due servitori dello Stato cui ha impresso le stimmate di parte. Uno “sbirro in purezza”, Pisani. E un generale “fratello di”. Confidiamo che entrambi non cadano nella esiziale tentazione di considerarsi moschettieri del re. Perché non ha mai portato fortuna. Né ai moschettieri, né al re, né al Paese.