✕

Si fa presto a dire premierato

Ascolta l'audio

Un'intesa tra Meloni e Schlein sarebbe teoricamente possibile ma nessuno vuole lasciare alla premier il successo sulle riforme
2 minuti di lettura

Nel pieno della vaghezza che segna il dibattito sulle riforme istituzionali, spicca la voce di un protagonista della vecchia Bicamerale presieduta da D'Alema sul finire del Novecento. Non portò a nulla, come è noto, tuttavia la discussione fu tutt'altro che banale e le soluzioni adombrate, se la volontà politica le avesse sostenute, potevano essere efficaci. Ci saremmo risparmiati parecchi anni inconcludenti. Il protagonista di allora, Cesare Salvi, uomo di sinistra, fa oggi su Radio Radicale un'affermazione in controtendenza: "Le posizioni della Meloni e del Pd sono, a ben vedere, meno distanti di quel che sembrano". E in effetti, se si parla di "premierato", cioè di una forma di elezione diretta o indiretta del premier con poteri rafforzati, un'intesa sul piano tecnico non sarebbe impossibile. Ma come sempre il punto è politico. Circa un quarto di secolo fa, a guidare il processo costituente erano i massimi espon…

Nel pieno della vaghezza che segna il dibattito sulle riforme istituzionali, spicca la voce di un protagonista della vecchia Bicamerale presieduta da D'Alema sul finire del Novecento. Non portò a nulla, come è noto, tuttavia la discussione fu tutt'altro che banale e le soluzioni adombrate, se la volontà politica le avesse sostenute, potevano essere efficaci. Ci saremmo risparmiati parecchi anni inconcludenti. Il protagonista di allora, Cesare Salvi, uomo di sinistra, fa oggi su Radio Radicale un'affermazione in controtendenza: "Le posizioni della Meloni e del Pd sono, a ben vedere, meno distanti di quel che sembrano". E in effetti, se si parla di "premierato", cioè di una forma di elezione diretta o indiretta del premier con poteri rafforzati, un'intesa sul piano tecnico non sarebbe impossibile. Ma come sempre il punto è politico. Circa un quarto di secolo fa, a guidare il processo costituente erano i massimi esponenti del centrosinistra e fu Berlusconi alla fine a rovesciare il tavolo. Oggi lo stesso ruolo vorrebbe svolgerlo Giorgia Meloni, leader di un partito di destra, forte della maggioranza relativa. Non sembra molto probabile che il fronte Pd-5S-verdi sia disposto a farle strada per concederle un risultato così significativo, con plausibili riflessi sul consenso elettorale.


Peraltro non c'è da essere troppo sicuri che gli stessi alleati della presidente del Consiglio (specie la Lega, ma anche Forza Italia) siano contenti di regalarle un simile successo. Perciò è vero: Salvini fa resistenza perché vuole garanzie circa l'autonomia regionale, secondo il progetto di Calderoli. Ma al dunque pesa anche una certa inconfessabile gelosia verso la giovane rivale: uno stato d'animo destinato a crescere nell'anno che precede le elezioni europee, mai così rilevanti come stavolta.
Ci sono poi le questioni merito. Un premier "indicato" sulla scheda elettorale non è la stessa cosa di un premier eletto formalmente dal popolo. In ogni caso c'entra fino a un certo punto il paragone con la Gran Bretagna, evocato in questi giorni. Lì il capo del governo, se s'indebolisce, può essere sostituito su iniziativa del suo partito: è successo nientemeno che alla Thatcher e in seguito a Tony Blair e altri. Sostituiti senza passare da nuove elezioni. Senza dimenticare che il sistema inglese poggia su una legge maggioritaria di lunga tradizione, costruita intorno a collegi tali da assicurare il massimo dei contatti fra il candidato e i suoi elettori. Più o meno l'opposto del nostro meccanismo. Ne deriva che non ci sarà vera riforma se non si porrà mano ancora una volta, si spera l'ultima, alla legge elettorale.


In Italia il modello a cui pensava il centrosinistra anni fa - e a cui penserebbe ancora, se non fossero altre le priorità - è una forma di "cancellierato" simil-tedesco. Il premier indicato vince le elezioni e gode di ampi poteri. In caso di crisi ottiene lo scioglimento del Parlamento a meno che non si formi una maggioranza alternativa in grado di ottenere il "sì" della Camera a un nuovo premier. È il meccanismo della "sfiducia costruttiva". Viceversa, il "premierato" di cui si parla, non sempre a proposito, confina talvolta con il "presidenzialismo": accade quando si propone che il presidente del Consiglio diventi titolare del potere esclusivo di sciogliere il Parlamento e di tornare al voto. Tale aspetto incide in misura determinante sui poteri del presidente della Repubblica. Basta dire che la riforma entrerà in vigore nella prossima legislatura (vedi Casellati e Fazzolari)? Chi teme il potere crescente di Giorgia Meloni si opporrà comunque. E non basterà per convincerlo ricordare che le riforme hanno un passo più lungo del destino dei singoli. In Francia la Quinta Repubblica di De Gaulle diventò l'abito di Mitterrand, acerrimo avversario del generale. Ma forse il paragone è improprio.