Navigator, non furbetti
di Giovanni MoroIn retorica si chiama genus turpe il tipo di discorso che, ad esempio, viene utilizzato dagli avvocati che rappresentano un delinquente davanti a un giudice, sostenendo ragioni indifendibili. Penso che questo articolo rientri in tale genere, benché io non sia un avvocato, non debba difendere nessuno e soprattutto non intenda parlare di delinquenti, ma piuttosto dei Navigator, vittime di una forma di bullismo politico e mediatico che deve fare riflettere.
I 2.980 Navigator assunti nel 2019 con contratti a tempo hanno svolto compiti di assistenza tecnica dei Centri per l’impiego nell’accompagnamento dei beneficiari del Reddito di cittadinanza nel percorso di accesso al lavoro. Si trattava di laureati (magistrali) con una votazione minima di 107, in materie come…
In retorica si chiama genus turpe il tipo di discorso che, ad esempio, viene utilizzato dagli avvocati che rappresentano un delinquente davanti a un giudice, sostenendo ragioni indifendibili. Penso che questo articolo rientri in tale genere, benché io non sia un avvocato, non debba difendere nessuno e soprattutto non intenda parlare di delinquenti, ma piuttosto dei Navigator, vittime di una forma di bullismo politico e mediatico che deve fare riflettere.
I 2.980 Navigator assunti nel 2019 con contratti a tempo hanno svolto compiti di assistenza tecnica dei Centri per l’impiego nell’accompagnamento dei beneficiari del Reddito di cittadinanza nel percorso di accesso al lavoro. Si trattava di laureati (magistrali) con una votazione minima di 107, in materie come giurisprudenza, psicologia, economia aziendale, sociologia, scienze politiche. Selezionati tra circa 50mila, avevano una età media di 35 anni e solo un quarto di essi aveva più di 40 anni, mentre il 35% meno di 30. Più della metà erano donne. Chi vuole saperne di più può visitare il sito della loro associazione, che si chiama Anna.
I Navigator hanno avuto a che fare, a seconda degli anni, con una platea tra 700mila e un milione di persone da indirizzare ai servizi per il lavoro, il 20-26% circa dei quali ha poi effettivamente trovato una occupazione. Hanno preso in carico circa 125 persone ciascuno, sulla base delle determinazioni delle autorità nazionali e regionali. Hanno assicurato un’assistenza personalizzata nella definizione delle competenze, nell’incontro con la domanda di lavoro delle imprese, nella verifica della situazione in corso d’opera e dopo l’assunzione.
Per pesare il lavoro svolto da queste figure bisogna tenere conto di diversi fattori. Uno è stato la pandemia, che ha comportato forzatamente la innovazione nei contatti con i beneficiari del Reddito e con le imprese. Un altro è connesso ai problemi emersi durante la messa in opera di una politica pubblica in ogni caso progettata male. Tra questi: le disomogeneità territoriali, la frammentazione dei servizi per l’impiego, il malfunzionamento dei sistemi informativi, il mancato varo di cinque decreti attuativi previsti nella normativa, il fatto che la maggior parte dei percettori del Reddito di cittadinanza siano risultati difficilmente (o per nulla) “occupabili”, la mancata realizzazione di attività previste come la formazione dei beneficiari.
A questi fattori va aggiunta la debolezza del sistema delle politiche attive del lavoro in Italia, dove la spesa per i servizi è tra le più basse in Europa, dove nei Centri per l’impiego sono operanti 9mila addetti contro i 100mila della Germania e i 54mila della Francia e dove l’87% di chi cerca lavoro lo fa affidandosi a parenti, amici e conoscenti.
Naturalmente, non è il caso di celebrare i Navigator come eroi; il punto è piuttosto di non rappresentarli come “furbetti” di altro tipo, che hanno cercato un parcheggio temporaneo a spese della collettività.
Qual è la ragione di questo accanimento, che sarebbe eccessivo anche in caso in cui il bicchiere del Reddito di cittadinanza fosse completamente vuoto anziché pieno a metà? Non mi tolgo dalla testa che, accanto a quella elettorale e a quella associata alla visione della povertà come colpa, ce ne sia un’altra. Si tratta del disprezzo che nel nostro Paese è riservato ai giovani, di cui tutti dicono di preoccuparsi ma che davvero pochi prendono sul serio e ritengono meritevoli di un investimento, di fiducia prima che di risorse. Come dimostrano le recenti ricerche sul crescente divario salariale a danno dei giovani, il nostro è sempre più un Paese per vecchi, e non è per niente una buona notizia.