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Il cerchio della violenza

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Madri uccise e femminicidi: servono nuove regole e metodi innovativi di indagine e rieducazione dei violenti
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Caro Direttore, sono la sorella di Silvana, trucidata in casa alla presenza dei bambini nel maggio di 9 anni fa dal convivente e padre dei suoi figli. Oggi vorrei dare voce a mia sorella e a tutte le mamme che non ci sono più. Immaginate di sommare alle loro morti anche tutte le induzioni al suicidio, i finti suicidi o gli incidenti mortali simulati, le scomparse, le madri a cui il violento ha ucciso i figli anziché privarle della loro vita o quelle massacrate a martellate, vive ma ridotte a stato vegetativo, o quelle sfigurate a vita. Migliaia di donne e mamme e figli che non ci sono più. È una guerra non solo per i numeri ma per la portata della violenza, del terrore, della paura, delle torture, delle umiliazioni, dello svilimento e annientamento tra le mura domestiche. Questa violenza ancora oggi si sottovaluta perché ostacolata da una cultura permeata da pregiudizi e stereotipi di genere. Vi è da parte di tutte le istituzioni una omessa va…

Caro Direttore, sono la sorella di Silvana, trucidata in casa alla presenza dei bambini nel maggio di 9 anni fa dal convivente e padre dei suoi figli. Oggi vorrei dare voce a mia sorella e a tutte le mamme che non ci sono più. Immaginate di sommare alle loro morti anche tutte le induzioni al suicidio, i finti suicidi o gli incidenti mortali simulati, le scomparse, le madri a cui il violento ha ucciso i figli anziché privarle della loro vita o quelle massacrate a martellate, vive ma ridotte a stato vegetativo, o quelle sfigurate a vita. Migliaia di donne e mamme e figli che non ci sono più. È una guerra non solo per i numeri ma per la portata della violenza, del terrore, della paura, delle torture, delle umiliazioni, dello svilimento e annientamento tra le mura domestiche. Questa violenza ancora oggi si sottovaluta perché ostacolata da una cultura permeata da pregiudizi e stereotipi di genere. Vi è da parte di tutte le istituzioni una omessa valutazione della gravità dei comportamenti violenti.


Si parla troppo spesso di posizioni conflittuali, in cui le parti sono considerate entrambe responsabili, negando lo squilibrio di potere determinato dalla violenza. Le vittime vengono erroneamente considerate fragili, descritte troppo ansiose e protettive coi figli mentre il loro è un timore fondato, continuo, che il violento faccia del male ai loro figli. Sono accusate addirittura di alienazione parentale e si vedono togliere i figli. Oppure sono costrette a portare i figli ad incontrare il padre, anche quando essi manifestano paura o rifiuto di vederlo.


L’effetto principale è di scoraggiare la denuncia. Temono di non essere credute e che tutto ciò aggravi il loro rischio di vita e dei figli. I malvagi: nessuno di loro ritiene di aver fatto qualcosa di sbagliato. L’approccio è sempre gettare discredito sulle vittime, anche quando sono state uccise. Non è mai un approccio di pentimento. Spesso riescono anche a convincere i figli che è la madre ad avere le colpe di quanto accade. I figli si riducono ad assecondarlo. O reagiscono mettendosi contro di lui e diventano anche loro vittime sacrificali. Sì, perché questi figli devono scegliere da che parte stare, col carnefice o con la vittima, con il forte rischio che, crescendo, si possano identificare con l’uno o con l’altra. E questo cerchio della violenza domestica si perpetua all’infinito. Queste donne ed i loro figli sono sia vittime che testimoni, ricattati, costretti a ritrattare le denunce o a ritirarle perché minacciati di morte.


Le misure di prevenzione e di protezione devono essere più dure ed efficaci. Non si può chiedere a queste donne se hanno registrazioni di conversazioni, filmati, messaggi sul cellulare... Va creato un vero e proprio Pool Antiviolenza. Le indagini vanno svolte con le stesse modalità utilizzate dai Pool Antimafia. E alle vittime di violenza domestica vanno riservate le stesse misure di sicurezza dei collaboratori di giustizia.
Infine bisogna intervenire preventivamente laddove il fenomeno si ingenera, direttamente sui violenti. Non sono adeguate le attuali misure cautelari: per un mafioso, riterreste sufficiente, come misura di correzione, un corso forzato di rieducazione alla non violenza nelle relazioni con una frequenza settimanale? E vi fidereste come misura cautelare del divieto di avvicinamento alla persona offesa e ai luoghi frequentati? La protezione da questo tipo di violenza è agire sui violenti ed attivare una nuova misura cautelare: il Tro, un trattamento rieducativo obbligatorio, che comporti l’inserimento forzato, di tipo residenziale, in Centri che attuino programmi di recupero. In primo luogo perché sono innumerevoli gli studi scientifici che riconoscono in questi soggetti un serio disturbo di personalità. In secondo luogo perché essi non riconoscono i loro comportamenti-reato, e ciò li rende un pericolo costante per tutta la società. Dobbiamo festeggiare, per la prossima Festa della Mamma 2024, la protezione vera. Non vogliamo più che altre donne, mamme e i loro figli vivano nel terrore e muoiano per mancanza di protezione.