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Rai, il caso Fazio e la maledizione della politica

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La lottizzazione del servizio pubblico vale purtroppo per tutti: destra, centro e sinistra. Quello che stupisce, nella chiusura di "Che tempo che fa", è la brutalità dell'operazione
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La Rai è la maledizione della politica italiana, dai tempi dell'intervallo con le pecore e la Toccata in La maggiore di Paradisi. Gli archivi traboccano di dichiarazioni contro la lottizzazione del servizio pubblico fatte dall'opposizione e puntualmente smentite dopo l'arrivo al governo.

Vale purtroppo per tutti: destra, centro e sinistra, ad eccezione di quei partiti troppo piccoli per essere ammessi al banchetto. Ed è un problema serio, al di là della chiusura di Che tempo che fa. Perché la qualità di una democrazia non la si misura con le elezioni - si vota dopotutto anche in Turchia - ma dalla voce che gli sconfitti alle elezioni possono continuare a mantenere negli spazi pubblici di informazione.

Quello che stupisce, nel caso della cacciata di Fabio Fazio, è semmai la brutalità dell'operazione, avallata senza infingimenti da Matteo Salvini. Da lato del decisore politico, del mandante verrebbe da dire, la presa di …

La Rai è la maledizione della politica italiana, dai tempi dell'intervallo con le pecore e la Toccata in La maggiore di Paradisi. Gli archivi traboccano di dichiarazioni contro la lottizzazione del servizio pubblico fatte dall'opposizione e puntualmente smentite dopo l'arrivo al governo.

Vale purtroppo per tutti: destra, centro e sinistra, ad eccezione di quei partiti troppo piccoli per essere ammessi al banchetto. Ed è un problema serio, al di là della chiusura di Che tempo che fa. Perché la qualità di una democrazia non la si misura con le elezioni - si vota dopotutto anche in Turchia - ma dalla voce che gli sconfitti alle elezioni possono continuare a mantenere negli spazi pubblici di informazione.

Quello che stupisce, nel caso della cacciata di Fabio Fazio, è semmai la brutalità dell'operazione, avallata senza infingimenti da Matteo Salvini. Da lato del decisore politico, del mandante verrebbe da dire, la presa di Viale Mazzini viene condotta manu militari. Con una indecente sequela di dichiarazioni della destra contro Fazio che "guadagna più di Osimhen", che sarebbe un araldo del "pensiero unico" (sic!), che costerebbe troppo e poi "nemmeno Baudo ha lavorato per 40 anni in Rai".

Una sequela di oscenità e stupidaggini contro un professionista reo di aver sempre fatto programmi di enorme successo per l'azienda pubblica. Ma del resto per chi pensa persino di cacciare Amadeus da Sanremo, la parola Merito è l'ultima cosa che conta e pare che debba valere solo per gli studenti del liceo.

E così, se per altre società partecipate a volte (poche) è stato premiato il singolo manager, i suoi risultati, al di là di chi lo avesse nominato, per la Rai - vera casamatta del potere - la logica è un'altra. È quella che Cesare Previti, nell'era del primo governo Berlusconi, esplicitava con il famoso "non faremo prigionieri".

Come ha fatto notare Fazio, è la "strabordante ingordigia" a colpire, è la forma oltre che la sostanza. Senza alcun riguardo per il valore delle persone e dei programmi; valore anche economico in questo caso, perché il programma di Fazio costa 450 mila euro e ne incassa più del doppio in pubblicità.

Il problema è che anche l'attuale opposizione, quando ne ha avuta la possibilità, non è riuscita a resistere alla tentazione di assaggiare il frutto proibito. Per cui oggi risulta meno credibile quando protesta contro il governo, non essendo riuscita a compiere quella radicale trasformazione della Rai necessaria ad erigere un muro invalicabile con la politica.

Se il Pd ha una lunga storia di penetrazione nell'azienda pubblica, vale la pena notare la crescente professionalità dei Cinque Stelle in tema di lottizzazione.

La riprova la si è avuta quando il componente indicato dai grillini nel Consiglio di amministrazione - Alessandro Di Majo - si è benevolmente astenuto sulla nomina di Roberto Sergio come amministratore delegato. Un manager che Fiorello ha sbertucciato mettendogli sulla scrivania la foto di Giorgia Meloni rappresentata come una madonna con tanto di aureola e lumini.

Di queste prove di intesa cordiale tra i Cinque Stelle e la premier se ne stanno accumulando diverse nelle ultime settimane. Della elezione di Alfonso Bonafede al consiglio della giustizia tributaria si è già detto e scritto tutto, ma ci sono segnali di un accordone sottobanco che riguarda direttamente la Rai.

Dal pranzo segreto tra Giuseppe Conte e il prossimo direttore meloniano del Tg1, Gian Marco Chiocci, alle trattative per un nuovo incarico da direttore per Giuseppe Carboni, il primo dei giornalisti indicati all'epoca dai grillini per il tg della rete ammiraglia. Segnali di un flusso sotterraneo di convenienze reciproche tra Palazzo Chigi e i Cinque Stelle, che si ritrovano in una comune avversione al Pd e ai suoi residui (molto residui) di influenza su Viale Mazzini.

Del resto per il Movimento Cinque Stelle questa fame di Rai non è una novità, anzi l'accordo con la destra - prima la Lega e ora FdI - è più una costante che un'eccezione. Vale la pena di ricordare la coppia di amministratori della Rai sovranista - Fabrizio Salini e Marcello Foa - risalenti all'era gialloverde del Conte I.

Come si vede, nulla di nuovo sotto il sole. Del resto, per restare a Fazio, non è stato Gasparri ma Roberto Fico a definire il popolare conduttore "un comunista con il portafoglio a destra". Non stupisce quindi se oggi nessuno tra i grillini spenda una parola per l'occupazione della Rai da parte della destra.