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Non ingessate le istituzioni

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In tanti parlano di Costituzione e stabilità, ma il rischio è disegnare un modello troppo rigido e non funzionale al Paese
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C’è un viavai di medici attorno al capezzale della Costituzione. Hanno terapie diverse per curarne la salute, ma la diagnosi è una sola: la signora è instabile, serve un’iniezione di stabilità governativa. Sessantotto governi in settantacinque anni sono troppi, non se ne può più. Da qui la promessa di Giorgia Meloni, da qui il consenso a mezza bocca delle stesse opposizioni, da qui l’auspicio di studiosi e opinionisti: un elisir di lunga vita a chi si metta in tasca le chiavi del governo. Con il presidenzialismo, o con qualche forma di presidentismo copiata dalle esperienze altrui. Ma è davvero questa la suprema virtù della riforma?

C’è un viavai di medici attorno al capezzale della Costituzione. Hanno terapie diverse per curarne la salute, ma la diagnosi è una sola: la signora è instabile, serve un’iniezione di stabilità governativa. Sessantotto governi in settantacinque anni sono troppi, non se ne può più. Da qui la promessa di Giorgia Meloni, da qui il consenso a mezza bocca delle stesse opposizioni, da qui l’auspicio di studiosi e opinionisti: un elisir di lunga vita a chi si metta in tasca le chiavi del governo. Con il presidenzialismo, o con qualche forma di presidentismo copiata dalle esperienze altrui. Ma è davvero questa la suprema virtù della riforma?


In effetti, nelle forme di governo parlamentare – fra cui s’iscrive quella progettata dai costituenti nel 1947 – l’esecutivo è l’unico organo costituzionale che non incontra un limite massimo di durata, e però nemmeno un limite minimo. Ne deriva una sorta di precarietà istituzionale, dove ministri e presidenti del Consiglio ruotano come una girandola. E l’esperienza italiana è di per sé esemplare. «La nostra storia costituzionale» disse una volta Bobbio «si è svolta attraverso un continuo alternarsi di crisi di governo (spesso molto lunghe) e di governi in crisi (spesso molto brevi)». Abbiamo perciò sperimentato esecutivi durati appena 9 giorni (Andreotti, febbraio 1972), insieme a crisi di governo che si prolungano per mesi (125 giorni quando cadde Dini, nel 1996).


Viceversa il presidente eletto ha un mandato temporalmente circoscritto: quattro anni rinnovabili per una sola volta, nel caso del presidente americano. Non un giorno di più, ma al contempo non un giorno di meno. Ed è un vantaggio, anzi è la condizione da cui discende il buon governo. Non è forse un bene governare a lungo, senza il pericolo che un’imboscata parlamentare o una lite fra i partiti della coalizione al potere faccia crollare la baracca? Non è forse vero che senza un chiaro orizzonte temporale nessun esecutivo potrà mai allestire programmi di lungo periodo, né realizzarli nell’interesse generale?


Obiezione: se la stabilità fosse l’unico valore, allora Mussolini era un valoroso. E con lui tutti i dittatori che hanno fermato per decenni l’orologio della democrazia. D’altra parte il presidenzialismo sposa una concezione formale della stabilità governativa, non anche sostanziale. Lo osservò Costantino Mortati in Assemblea costituente: la stabilità non si esprime nella continuità delle persone che guidano il Paese, bensì nella continuità dell’indirizzo politico, dei suoi principi, dei suoi obiettivi. E la vicenda della Democrazia cristiana – per mezzo secolo al timone dell’Italia, pur con una filastrocca di presidenti del Consiglio – è quantomai eloquente.


In realtà il tratto saliente del presidenzialismo non è tanto la stabilità, quanto la sua rigidità. Era stabile il matrimonio prima dell’introduzione del divorzio? No, per le coppie in crisi era soltanto l’obbligo d’una cattiva convivenza. Con il presidenzialismo, la stabilità del governo può rendere instabile il Paese. Giacché la durata fissa del mandato impedisce di risolvere le crisi politiche rimuovendo il presidente. Certo, c’è sempre il rimedio dell’impeachment. Però la messa in stato d’accusa del capo dello Stato da parte delle Camere è una procedura impervia, e che comunque non può venire utilizzata per ragioni squisitamente politiche, ossia per un contrasto fra potere legislativo e potere esecutivo. Non per nulla le occasioni in cui è stata praticata si contano sulle dita d’una mano. Di conseguenza i conflitti s’inaspriscono, in Parlamento e nella vita sociale. Com’è accaduto in Francia, durante i lunghi anni della cohabition; o negli Stati Uniti, con l’altrettanto lunga esperienza di divided government.


Ecco perché la virtù di un buon sistema di governo non consiste nella stabilità, bensì, all’opposto, nella sua flessibilità. Sono rigidi i morti, non i vivi. Mentre la vita politica – al pari dell’esistenza umana – è perennemente fluida, cangiante. Dunque va reso duttile (e in certi casi revocabile) anche il ruolo del futuro presidente, se mai ne avremo uno. Da qui un appello ai nostri ri-costituenti: evitate di cucire una camicia di gesso sul corpo delle nostre istituzioni. Altrimenti la storia finirà per frantumarla in mille pezzi.