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La lezione delle urne

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Due capoluoghi al centrosinistra e quattro al centrodestra. Cinque al ballottaggio. La sinistra può ripartire
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Quel che fino a pochi giorni fa si chiamava effetto Udine, adesso diventa effetto Brescia. E lunedì 29 si trasformerà forse in effetto Ancona e Vicenza e Siena e chissà se Brindisi. La rimonta del centrosinistra nel deserto artico della destra al potere sarà lunga, lenta, è partita da lontanissimo, ma è partita. Perfino nel profondo Nord del Paese a trazione leghista e meloniana. Nel Friuli Venezia Giulia dove a febbraio aveva trionfato Fedriga, poche settimane fa; nel cuore della Lombardia di Attilio Fontana, oggi, laddove Laura Castelletti si impone diventando la prima donna sindaca della città e lasciando sul campo elettorale la premier e i suoi due vice Salvini e Tajani che avevano scelto proprio Brescia per chiudere venerdì la loro campagna.


I più ottimisti sostengono che la luna di miele di Giorgia Meloni si chiude ufficialmente qui. Proprio sulla traiettoria Udine-Brescia. A 205 giorni dal giuramento al Quirinale.…

Quel che fino a pochi giorni fa si chiamava effetto Udine, adesso diventa effetto Brescia. E lunedì 29 si trasformerà forse in effetto Ancona e Vicenza e Siena e chissà se Brindisi. La rimonta del centrosinistra nel deserto artico della destra al potere sarà lunga, lenta, è partita da lontanissimo, ma è partita. Perfino nel profondo Nord del Paese a trazione leghista e meloniana. Nel Friuli Venezia Giulia dove a febbraio aveva trionfato Fedriga, poche settimane fa; nel cuore della Lombardia di Attilio Fontana, oggi, laddove Laura Castelletti si impone diventando la prima donna sindaca della città e lasciando sul campo elettorale la premier e i suoi due vice Salvini e Tajani che avevano scelto proprio Brescia per chiudere venerdì la loro campagna.


I più ottimisti sostengono che la luna di miele di Giorgia Meloni si chiude ufficialmente qui. Proprio sulla traiettoria Udine-Brescia. A 205 giorni dal giuramento al Quirinale. Quel che è certo è che i segnali positivi si moltiplicano, a sinistra, forse non a caso proprio dopo l’ascesa alla segreteria dem di Elly Schlein. È come se gli elettori che in lei hanno visto un simbolo del riscatto possibile abbiano ritrovato la voglia di tornare ai seggi, intanto. E non è cosa da poco. Sta di fatto che in molti dei capoluoghi chiamati ieri al rinnovo delle amministrazioni il Partito democratico è risultato avanti a Fratelli d’Italia in termini di voti assoluti. Va da sé. Il paesaggio non è tutto rosa e fiori per un centrosinistra che poi è uscito sonoramente sconfitto al primo turno nella roccaforte di destra di Latina, non ha trionfato nell’ex rossa Pisa, nonostante in entrambe le città Pd e M5S si presentassero (eccezionalmente) alleate. Per non dire della disfatta di Imperia, enclave del mai tramontato ras forzista Claudio Scajola.
Da un quadro così frastagliato — pur se incoraggiante, per certi versi, visto da sinistra — emergono due o tre lezioni delle quali converrà tenere conto nei mesi a seguire, in questa lunga traversata della legislatura.
La prima. “L’Italia non s’è destra”. Non del tutto. Giorgia Meloni governa il Paese e continuerà a farlo forse per parecchio tempo, ma c’è una buona metà di elettori che non l’ha votata domenica 25 settembre 2022 e che non la voterà mai in futuro. Una metà destinata a lungo andare a crescere, a quanto pare. La tornata di ieri e ancor più le prossime siano dunque da monito a un partito e a una coalizione che pretendono di riscrivere a senso unico e in solitaria la Costituzione repubblicana (e antifascista). Trascinati dai richiami della foresta di un potere che non tollera controlli e bilanciamenti.


La seconda lezione. Bene ha fatto la segretaria Schlein a telefonare e a congratularsi con la neo sindaca di Brescia Castelletti. Ma tenga conto, la leader, di chi sia e cosa rappresenti l’ex assessora del sindaco uscente Emilio Del Bono: una valida amministratrice, una riformista, sostenitrice di un Pd aperto e plurale. Perché quella è e dovrà essere la natura di un partito che si candida a tornare quanto prima a governare un Paese del G7, non certo una ridotta chiusa nel suo mondo e appagata nella propria “minoranza”.
La terza lezione è una declinazione della seconda e parla ancora a quell’area politica che non si rassegna all’Italia dei La Russa e dei Salvini. Solo un’alleanza solida e strutturata tra Partito democratico, Movimento 5 stelle e Sinistra potrà concorrere a vincere le prossime amministrative, le future regionali e un giorno — chissà — le Politiche. Se si vorrà archiviare l’era Meloni appena iniziata non basteranno le battaglie per i diritti di Elly Schlein e neanche le mobilitazioni di Giuseppe Conte in difesa del reddito di cittadinanza. Non solo quelle quanto meno. La presunzione dell’autosufficienza, l’ambizione maggioritaria sono retaggi di un Pd veltroniano ormai lontano nel tempo e, purtroppo per chi lo vota, lontanissimo nei consensi. Ora è tempo di rimboccarsi le maniche, a sinistra. Ma non da soli. Le Europee tra un anno, con la contesa in chiave proporzionale già partita, non saranno d’aiuto. Ma ogni sforzo andrà fatto per distinguere i piani: quello elettorale da quello più alto, che guarda al futuro.


Ah, già. Ci sarebbe anche il Terzo Polo. Se solo uscisse dall’ambiguità politica e dalle tentazioni crocerossine in favore di un governo che di tutto ha bisogno meno che di un aiutino dai banchi delle opposizioni. Poi, se la presidente Meloni — neopaladina dei “pieni poteri” sotto la maschera del premierato forte — sarà per Matteo Renzi e Carlo Calenda l’interlocutrice gradita e apprezzata nel cammino volto a cambiare i codici della Carta costituzionale, allora i due aspiranti leader dovranno spiegarlo per bene e a chiare lettere ai loro elettori e poi agli altri italiani.
Da oggi le città, perfino quelle del Nord ex leghista e ancor più tutte le altre, fino a Brindisi, si mostrano per quel che sono: delle piazze contendibili. Se la sinistra si rialza, e ci crede per davvero, potrà diventarlo l’Italia tutta.