La spesa pubblica italiana nel 2022 è stata di 1084 miliardi di euro, il 56,8% del Pil, e il debito pubblico ha raggiunto i 2.762 miliardi, il 145% del Pil. Tra il 2020 e il 2022 lo Stato italiano ha battuto ogni record, eppure la lamentela più in voga è che non si spendono abbastanza soldi. Dove? Sulla qualunque: sanità, istruzione, spesa militare, aiuti alle famiglie e agli studenti fuori sede, persino le pensioni, visto che c’è ancora chi parla di quota 41. Le agenzie di rating ci concedono fiducia limitata ma non c’è niente da fare: la politica sembra pensare solo a come aumentare il peso del Leviatano nell’economia.
Ultimo nato è il Fondo Sovrano Italiano, idea del ministro Urso, annunciata insieme al piano per istituire il bislacco liceo del Made in Italy, per poi portarla in approvazione al Consiglio dei ministri.
Il disegno è quello di istituire un Fondo dotandolo di capitali per un ammontare di ci…
La spesa pubblica italiana nel 2022 è stata di 1084 miliardi di euro, il 56,8% del Pil, e il debito pubblico ha raggiunto i 2.762 miliardi, il 145% del Pil. Tra il 2020 e il 2022 lo Stato italiano ha battuto ogni record, eppure la lamentela più in voga è che non si spendono abbastanza soldi. Dove? Sulla qualunque: sanità, istruzione, spesa militare, aiuti alle famiglie e agli studenti fuori sede, persino le pensioni, visto che c’è ancora chi parla di quota 41. Le agenzie di rating ci concedono fiducia limitata ma non c’è niente da fare: la politica sembra pensare solo a come aumentare il peso del Leviatano nell’economia.
Ultimo nato è il Fondo Sovrano Italiano, idea del ministro Urso, annunciata insieme al piano per istituire il bislacco liceo del Made in Italy, per poi portarla in approvazione al Consiglio dei ministri.
Il disegno è quello di istituire un Fondo dotandolo di capitali per un ammontare di circa un miliardo, che dovrebbe essere apportato tra gli altri da Cdp e dai fondi previdenziali privati, per investire – a condizioni di mercato - nelle imprese del “made in Italy” o, per dirla in linguaggio burocratico, in “imprese nazionali ad alto potenziale o che in ragione della rilevanza sistemica già raggiunta possono generare importanti esternalità positive per il Paese” allo stesso tempo riducendo “i costi di coordinamento tra gli attori delle filiere coinvolte”.
L’intento non è chiarissimo. Cosa vuol dire “ridurre i costi di coordinamento”? O le imprese fanno parte dello stesso gruppo societario o non possono coordinarsi perché violerebbero il diritto antitrust che vieta le intese o pratiche restrittive e persino lo scambio di informazioni. Inoltre, se stiamo parlando di aziende con “rilevanza sistemica”, come ad esempio Leonardo, Tim, Enel, Terna e così via, che se ne fanno della dotazione di un miliardo? Enel, per dirne una, ha un fatturato di 140 miliardi e un utile netto di 7,2 miliardi di cui circa 1,7 miliardi vanno al Tesoro. Basta che quest’ultimo rinunci a metà dell’utile e sottoscriva un aumento di capitale e ha già esaurito il compito del Fondo Sovrano.
Infine, se le imprese ad alto potenziale sono davvero tali che bisogno hanno dei capitali pubblici? Ci saranno molti investitori privati disposti a iniettare quattrini. Altrimenti, nonostante le belle dichiarazioni di intenti, si potrebbe pensare che i soldi saranno versati a condizioni non proprio “di mercato”, violando così la normativa europea sugli aiuti di Stato.
D’altronde non è che manchino i veicoli di investimento a controllo o partecipazione pubblica, sia di debito (prestiti) sia di capitale. La Cassa Depositi e Prestiti, il Fondo Strategico, il Fondo Italiano Investimenti, il Fondo Rilancio Start-up, la Bei, la Fei, le finanziarie regionali (FinLombarda, Veneto Sviluppo e compagnia). Lo stesso fondo infrastrutturale F2i, con dotazione di alcuni miliardi, è partecipato al 48% da casse di previdenza, fondazioni bancarie e istituzioni pubbliche, non proprio degli hedge fund speculativi. Non bisogna dimenticare poi il Fondo Nazionale Strategico, istituito in piena pandemia con dotazione virtuale di 44 miliardi (!), e per fortuna presto caduto nell’oblio: non è stato nemmeno fatto il gesto di cercare di utilizzare tali risorse. Dulcis in fundo, ci sono i fondi del Pnrr che le nostre pubbliche amministrazioni sembrano non essere in grado di allocare appropriatamente e sui quali è il governo stesso che manda segnali di prudenza: se i progetti non sono buoni, meglio rinunciare alla dotazione europea. Con una tale abbondanza di alternative da un lato e un decisore pubblico così claudicante dall’altro, a cosa servirebbe il Fondo Sovrano?
Non è male ricordare che gli Stati che ne hanno istituito uno, dalla Norvegia al Qatar, da Singapore al Dubai passando per la Cina, disponevano di un rilevante surplus fiscale o di introiti dalle loro partecipazioni societarie (specialmente nelle industrie estrattive) che dovevano impiegare in qualche modo. Nel Belpaese si tratterebbe di redistribuire soldi pubblici o dei pensionati!
Insomma, comunque la si rigiri l’iniziativa sembra superflua ed ha buone possibilità di diventare dannosa.
adenicola@adamsmith.it