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Pnrr, un fallimento annunciato

L’Italia ha voluto prendere troppi soldi e ora non sa come spenderli efficacemente.
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«Si tratta di riconsiderare i programmi, di ripassarli al setaccio e eventualmente riallocare le risorse su quelli realmente in grado di aumentare il potenziale produttivo del Paese». Questa disarmante ammissione del ministro Giorgetti mostra meglio di qualsiasi numero e di qualsiasi ragionamento le criticità del Pnrr che abbiamo denunciato fin dall’inizio. In poche parole: l’Italia ha voluto prendere troppi soldi, e ora non sa come spenderli efficacemente.
Le colpe di questa scelta sono equamente ripartite fra tre governi. Il Conte due chiese a Bruxelles il massimo possibile di fondi senza avere la minima idea di come spenderli e senza porsi il problema di come finanziare la gestione futura degli investimenti. La Commissione europea, che tuona regolarmente contro i pericoli di un alto debito pubblico, assecondò un governo inesperto che, unico tra i paesi europei, volle indebitarsi per altri 130 miliardi, pur essendo l’Italia già il p…

«Si tratta di riconsiderare i programmi, di ripassarli al setaccio e eventualmente riallocare le risorse su quelli realmente in grado di aumentare il potenziale produttivo del Paese». Questa disarmante ammissione del ministro Giorgetti mostra meglio di qualsiasi numero e di qualsiasi ragionamento le criticità del Pnrr che abbiamo denunciato fin dall’inizio. In poche parole: l’Italia ha voluto prendere troppi soldi, e ora non sa come spenderli efficacemente.
Le colpe di questa scelta sono equamente ripartite fra tre governi. Il Conte due chiese a Bruxelles il massimo possibile di fondi senza avere la minima idea di come spenderli e senza porsi il problema di come finanziare la gestione futura degli investimenti. La Commissione europea, che tuona regolarmente contro i pericoli di un alto debito pubblico, assecondò un governo inesperto che, unico tra i paesi europei, volle indebitarsi per altri 130 miliardi, pur essendo l’Italia già il paese più indebitato d’Europa.


Il governo Draghi pur avendo la possibilità e il capitale politico per frenare il treno in corsa, rinunciò a sporcarsi le mani e a prendere atto della realtà. Infine il governo Meloni ha perso tempo nel rivedere la governance del Piano per sottrarla ai tecnici del ministero dell’Economia, continua a sostenere di voler spendere tutti i soldi nei tempi previsti e di voler rivedere il Piano, ma non ha sin qui presentato concrete proposte a Bruxelles mentre ci si avvicina inesorabilmente al 2026.
Prendiamo due programmi relativamente piccoli ma che esemplificano bene i problemi di fondo e che sono stati analizzati dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio: la sanità e gli asili nido. Con la premessa che la vera polpa è altrove, nei due programmi di transizione ecologica (60 miliardi) e digitalizzazione (40 miliardi), che per la loro tecnicità continuano ad operare praticamente senza alcun controllo pubblico, e su cui ci ripromettiamo di tornare. Ma è già ora molto plausibile che una parte di questi soldi sarebbe meglio impegnata nella ricostruzione della Romagna.
Per la cosiddetta assistenza sanitaria di prossimità sono previsti investimenti per oltre 7 miliardi. Serviranno tra l’altro per costruire e dotare di strumenti tecnologici le Case della comunità (per l’assistenza domiciliare) e gli Ospedali della Comunità (per le degenze brevi). L’obiettivo è al limite dell’impossibilità: si intende triplicare il numero di case della comunità entro il 2026 costruendone 857 nuove. Le Regioni sono riluttanti a partecipare ai bandi perché le spese di funzionamento sono elevate e in gran parte (1,4 miliardi su 2,1) coperte dal Pnrr solo fino alla fine del 2025. Poi bisognerà finanziarle con la solita “riorganizzazione dei servizi”, la frase di rito quando non si sa cosa fare.


Il Programma per l’infanzia mette a disposizione 4,6 miliardi, di cui 3 finanziati dal Pnrr, per creare 265.000 nuovi posti entro il 2026 tra asili nido (da 0 a 3 anni) e scuole dell’infanzia (da 4 a 6 anni). In base a una tipica normativa regionale, stiamo parlando di circa 2 milioni di metri quadrati in due anni e mezzo: un’altra impresa al limite dell’impossibile anche nella migliore delle ipotesi.
Attualmente meno del 30 per cento dei bambini tra 0 e 3 anni è iscritto ad un asilo nido, con forti differenze sul territorio nazionale; di contro, quasi tutti i bambini tra 4 e 6 anni, il 93 percento, è iscritto alle scuole per l’infanzia. Giustamente quindi il programma prevedeva che almeno i due terzi dei nuovi posti fossero creati negli asili nido: un aumento del 50 percento rispetto all’offerta attuale da attuare in 2 anni e mezzo, un’altra misura della velleità di questa iniziativa.


Tuttavia inizialmente i comuni hanno manifestato molto più interesse per le scuole dell’infanzia, anche se in quella fascia di età non c’è praticamente domanda di posti addizionali. Il motivo è semplice: creare nuovi posti nei nidi comporta accollarsi ogni anno nuove spese per il personale, le mense, la manutenzione. Parliamo di circa un miliardo di euro l’anno tra stipendi dei nuovi educatori (che tra l’altro vanno formati e sin qui non c’è traccia di bandi a riguardo), più tutto l’altro personale e la manutenzione.
Queste spese di gestione dovrebbero essere coperte in parte dalle rette e per la parte restante da un rafforzato fondo di solidarietà comunale. Ma difficile imporre rette elevate nelle aree (soprattutto del Sud) in cui oggi solo un bambino su 7 va al nido. Inoltre la Corte Costituzionale ha recentemente chiarito che il fondo di solidarietà comunale non può vincolare i comuni che ricevono soldi a utilizzarli per un programma specifico. Il Pnrr chiude i rubinetti tra 3 anni e, in ogni caso, non paga le spese per il personale e la manutenzione.
Con programmi così ambiziosi e tempi di realizzazione così stretti, era naturale e prevedibile che i conti non avrebbero quadrato. Sempre per lo stesso motivo: troppi soldi, troppa pressione per spenderli a prescindere, troppo poco tempo.