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Perché rivincere non conta

Spalletti rifiuta il rinnovo del suo contratto al Napoli campione, Mourinho freddo con la proprietà americana della Roma. Per entrambi l'addio è possbile
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Partire è un po’ gioire, a volte. Lasciare tutto dopo una grande vittoria, andarsene scendendo dalla cima del mondo o del monte e trovare casa altrove. Ripartire non proprio da zero: da zero virgola uno. Sembra questo il destino di Luciano Spalletti, anzi la sua libera scelta, dopo il magnifico scudetto conquistato sulla panchina del Napoli, il primo della sua lunga storia italiana (ricordate i duelli rusticani con Totti, finiti pure in una serie tivù?). L’allenatore che pensa di ricominciare da un’altra parte: forse restare vuol dire – ben che vada – ripetersi, ma perdere sarebbe quasi evaporare, non reggere il confronto con il nostro più pericoloso e agguerrito rivale: noi.

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Anche l’ormai mitologico José Mourinho pare sul punto di fare la stessa cosa alla Roma: ha appena conquistato la seconda finale europea consecutiva, la prima l’ha già vinta l’anno scorso, la seconda chissà, lo sapremo il 31 maggio. Il fatto che lui non si prenda troppo con i …

Partire è un po’ gioire, a volte. Lasciare tutto dopo una grande vittoria, andarsene scendendo dalla cima del mondo o del monte e trovare casa altrove. Ripartire non proprio da zero: da zero virgola uno. Sembra questo il destino di Luciano Spalletti, anzi la sua libera scelta, dopo il magnifico scudetto conquistato sulla panchina del Napoli, il primo della sua lunga storia italiana (ricordate i duelli rusticani con Totti, finiti pure in una serie tivù?). L’allenatore che pensa di ricominciare da un’altra parte: forse restare vuol dire – ben che vada – ripetersi, ma perdere sarebbe quasi evaporare, non reggere il confronto con il nostro più pericoloso e agguerrito rivale: noi.

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Anche l’ormai mitologico José Mourinho pare sul punto di fare la stessa cosa alla Roma: ha appena conquistato la seconda finale europea consecutiva, la prima l’ha già vinta l’anno scorso, la seconda chissà, lo sapremo il 31 maggio. Il fatto che lui non si prenda troppo con i proprietari americani del club giallorosso conta, ma non è tutto: il guru portoghese, ammaliatore di folle e tecnico di enorme sostanza emotiva e tattica, dunque non solo un abilissimo parolaio incantatore, ha già salutato squadre vittoriose grazie a lui: il Porto nel 2004, l’Inter del “triplete” nel 2010. Come se vincere non bastasse per voler rivincere, come se questo diventasse invece l’innesco della paura. Avere tutto da perdere, un istante dopo il trionfo, può essere l’inizio della discesa e quasi sempre lo è. Nello sport si dice che arrivare in alto è difficile, ma restarci è quasi impossibile. Spalletti e Mourinho lo sanno.

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Gli allenatori che se ne vanno, proprio lì, sull’orlo della gloria appena posseduta, sembrano una stranezza, una contraddizione. Ma come? Assaggiare la torta più buona del mondo e non volerne più? Passare direttamente al caffè per paura dell’indigestione? Questo. Ma anche la sottile vanità di voler essere rimpianti, dunque amati di più. Lasciarsi da amanti, nel colmo della passione, non da amici. Ripenserete sempre a me, sembra dire Spalletti al suo presidente, e magari a quelli che non credono del tutto alla paternità del suo scudetto. Di chi è la vittoria, davvero?

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Gli esempi di allenatori che hanno vinto e hanno detto addio non sono pochi. Lo fece Lippi dopo il mondiale del 2006, poi però tornò in azzurro e andò male: gli ex non possono rimettersi insieme, funziona una volta su mille: si finisce col vivere di ricordi perduti. Anche Zinedine Zidane ha chiuso la porta dopo un trionfo, anzi tre: le tre Champions vinte col Real, il più importante club del mondo. Chiudere la porta, varcare la soglia prima di essere catturati dall’abitudine o dal confronto continuo. Prima di accorgersi che i tuoi ragazzi non ti seguono più. Prima che la gente ti faccia capire che se vinci ancora sei bravo, sei normale, ma se cominci a perdere sei un fallito.

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C’è una distorsione mentale, tipicamente, calcistica, per la quale il secondo arrivato è il primo degli sconfitti, non colui che si è battuto fino alla fine. Il quarto posto alle Olimpiadi lo chiamano “medaglia di legno” anche se davanti sono soltanto in tre, e dietro c’è tutto il mondo. Forse Spalletti e Mourinho non vogliono questo, non accettano di sentirsi i primi degli ultimi quando sarà, magari mai, magari domattina.

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A volte sono i presidenti a forzare la mano agli allenatori, per gelosia, per un sottile narcisismo, perché non vogliono che qualcuno faccia loro ombra. Non può essere un caso se tre tecnici che hanno vinto lo scudetto negli ultimi anni, se ne sono andati appena ottenuto il risultato più grande: Conte (alla Juve e all’Inter), Allegri e Sarri. Qualcuno lo ha deciso da sé, qualcun altro è stato gentilmente accompagnato alla porta. Nessuno però è diventato un amore d’abitudine. Che non è nulla al confronto di quello perduto, e rimpianto.

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