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Pd, la tentazione dell'isolamento

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Una celebre frase attribuita a Joseph Fouché, ministro di polizia di Napoleone, afferma che in politica l’errore è peggio di un crimine. Fouché criticava l’imperatore per aver fatto fucilare il duca di Enghien. Oggi per fortuna nessuno si è macchiato di crimini e nessuno è stato fucilato, almeno non fisicamente. Però qualcuno commette degli errori, magari per inesperienza o leggerezza, errori che un giorno potrebbero essergli rinfacciati. In questo caso la nuova dirigenza del Pd sembra essere inciampata in un doppio errore.


Il primo riguarda l’ormai nota vicenda del Salone del libro di Torino, in cui alla ministra per la Famiglia, Eugenia Roccella, è stato impedito con urla e schiamazzi di presentare il suo libro dedicato al padre Franco, uno dei fondatori del partito radicale, poi socialista. La linea scelta da Elly Schlein e dalle sue collaboratrici consiste nel giustificare le rumorose contestazioni e di accusare …

Una celebre frase attribuita a Joseph Fouché, ministro di polizia di Napoleone, afferma che in politica l’errore è peggio di un crimine. Fouché criticava l’imperatore per aver fatto fucilare il duca di Enghien. Oggi per fortuna nessuno si è macchiato di crimini e nessuno è stato fucilato, almeno non fisicamente. Però qualcuno commette degli errori, magari per inesperienza o leggerezza, errori che un giorno potrebbero essergli rinfacciati. In questo caso la nuova dirigenza del Pd sembra essere inciampata in un doppio errore.


Il primo riguarda l’ormai nota vicenda del Salone del libro di Torino, in cui alla ministra per la Famiglia, Eugenia Roccella, è stato impedito con urla e schiamazzi di presentare il suo libro dedicato al padre Franco, uno dei fondatori del partito radicale, poi socialista. La linea scelta da Elly Schlein e dalle sue collaboratrici consiste nel giustificare le rumorose contestazioni e di accusare il governo di “autoritarismo” in quanto incapace di “tollerare il dissenso”. Per meglio dire, è proprio “allergico” al dissenso, chiosa la vicepresidente del Pd, Chiara Gribaudo. Il giornale di Torino, La Stampa, ha titolato in prima pagina, in modo efficace, sul “Saloon del libro”. Ed è vero che la destra ha approfittato dell’incidente per fare un po’ di vittimismo, nonché per scagliarsi contro il direttore uscente, Nicola Lagioia. In sostanza ha strumentalizzato l’episodio come un altro tassello della campagna contro l’egemonia culturale della sinistra.


Tuttavia questo rende singolare la mancanza di qualsiasi critica del vertice del Pd verso chi ha dato fuoco alle polveri, togliendo la parola a una persona le cui tesi sono sgradite in materia di famiglia, maternità surrogata, aborto, eccetera. Invece la critica avrebbe reso più convincente la polemica contro la politica della destra, in base al vecchio adagio per cui “sono contro le tue idee, ma mi batto perché tu possa esprimerle”. Che è poi un principio cardine della cultura liberale: proprio quel nocciolo di liberalismo che sembra assente nelle prese di posizione di Elly Schlein, e non da oggi. L’approccio sembra semmai quello in uso in un’assemblea studentesca, dove vince — o almeno un tempo vinceva — chi grida più forte e così zittisce i contestatori, quando non ne è sopraffatto. Tuttavia una manifestazione come il Salone del libro non è un’assemblea d’istituto e il leader dell’opposizione non può ignorare quanto sia delicata la materia quando si minaccia la libertà di espressione. Magari sullo sfondo della doppia morale che distingue gli amici dagli avversari.


Un errore, quindi. Che si aggiunge all’altro: il rischio di lasciar cadere i punti dell’appello “riformista” pubblicato giorni fa su questo giornale e firmato da Stefano Ceccanti, Enrico Morando e Giorgio Tonini. È vero che oggi i lettori trovano una risposta firmata da Franco Monaco, Vannino Chiti e Paolo Corsini, in cui si riprendono le tesi della segreteria sulle riforme istituzionali e in difesa dell’attuale Costituzione. Tuttavia il primo appello poneva dei punti politici, non si limitava a proporre una discussione tra professori. La questione è la volontà del Pd di stare all’interno di un confronto anche serrato con le forze della maggioranza, in particolare con Giorgia Meloni. Anche sui temi dell’autonomia regionale.

 

Sarebbe un grave sbaglio, dicono i tre firmatari, lasciare alla premier la palma della riformatrice. Ancora peggio sarebbe isolarsi, rinunciare alla discussione, dedicarsi a marcare sempre e comunque il carattere “identitario” del partito. Si finirebbe per assecondare una deriva massimalista e iper-conservatrice (i due termini non sono in contraddizione), facendosi capire solo da una minoranza di italiani. In fondo c’è un nesso sottile che unisce la posizione tenuta sull’episodio di Torino e la tentazione dell’isolamento.