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Il peso del passato

Gara podistica a Firenze con partecipanti di ogni età
Gara podistica a Firenze con partecipanti di ogni età (cge)
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Anche se con 50 anni di ritardo—il crollo delle nascite risale in Europa agli anni ’60—discutiamo finalmente di calo della natalità. Discutiamo però poco, e spesso per parlare di assistenza o pensioni, dell’altro fenomeno che ha cambiato radicalmente comportamenti e mentalità degli europei, vale a dire il miracoloso allungamento della speranza di vita dopo il 1945. In Italia essa era di circa 59 anni nel 1946; di 70 nel 1971 e di 80 alla fine del millennio, con dati ancora migliori per donne più forti. Nelle società socialiste, invece, ci si fermò nel 1964 a meno di 65 anni, e cominciò poi un declino, legato all’alcolismo ma indice di problemi generali, che spinse i dirigenti sovietici a fare riforme il cui fallimento aprì la porta alle rivendicazioni delle repubbliche e al crollo del sistema.


Ciò ha determinato in tutti i paesi europei (ma, come per la natalità, le differenze ci sono e contano) un rapido invecchiamento della popolazione: in Italia nel 1961 un quarto di essa aveva meno di 15 anni e nemmeno il 10% più di 65. Oggi solo il 13% degli italiani ha meno di 15 anni, e quasi il 25% più di 65; abbiamo 7 milioni di ultrasettantacinquenni, di cui circa 3 malati; e 8 milioni di “famiglie” sono composte da una persona sola, spesso vecchia e donna. Si tratta di un cambiamento epocale di cui tutti sappiamo ma che non abbiamo interiorizzato, anche perché l’aumento delle persone in età di lavoro, unito alla diminuzione dei figli, ci ha reso per un po’ più ricchi. Ma come ha mostrato il Covid, illuminando la nostra fragilità, questa stagione sta finendo. E comunque quel cambiamento ha avuto e sta avendo un impatto gigantesco, economico ma anche medico, psicologico, culturale e politico.
È quindi essenziale discuterne, anche perché esso aumenterà. E vale la pena farlo cominciando da psicologia e cultura, che influenzano profondamente la politica. Nel 1991 Norberto Bobbio confessò di conoscere bene lo “stato d’animo del vecchio per il quale il passato è tutto e il futuro è nulla”. E persino Cicerone, che ha scritto pagine bellissime sul valore della vecchiaia, ammetteva che le “doveva leggere e rileggere… perché la vecchiaia mi rende più amaro e tutto mi irrita… Se la vedano i più giovani”. Parole rabbiose e sagge insieme, spesso dimenticate da generazioni cui la crescita della speranza di vita ha dato l’illusione dell’immortalità.
Viviamo insomma in società in cui è sopravvissuta una retorica della gioventù e del progresso ma in cui il peso del passato, incarnato da milioni di vecchi per cui esso “è tutto”, è cresciuto senza sosta. Società in cui per milioni di persone, chi scrive incluso, le novità, il cambio di un telefonino come del modo di pagare, sono spesso fonte di irritazione e talvolta di ostilità. Sono inoltre società in cui cresce la separazione tra i modi di vita di vecchi e giovani, scavando faglie che si intrecciano a quelle create dall’arrivo di “stranieri” che incarnano la novità, o dalla nuova diglossia basata sull’inglese.
Questo in decenni seguiti ad altri definiti “miracolosi” eppure eletti a norma che il loro stesso appellativo rivela irraggiungibile. Rimpianti e teorie del complotto sono quindi la reazione naturale di anziani che non capiscono perché venga tradito il “socialismo” ridefinito nel 1982 da Mitterrand come andare in pensione a 60 anni e vivere liberi e in buona salute per circa altri 25. Ma, sia pure in modi diversi, anche la reazione di giovani privati del miracolo, che sanno che avranno di meno, e che si sentono marginalizzati.


Il peso demografico, psicologico e anche elettorale di un passato ribaltatosi così bruscamente è quindi enorme, ed esso avvantaggia la destra usa a vendere il ritorno al passato, un ritorno che, pur essendo meno realistico della più irrealistica delle utopie, incontra largo favore. Chi, a destra e a sinistra, sa che il ritorno è impossibile e vede le sfide della società in cui viviamo deve imparare a parlare a questo nuovo, grande bacino incolpevolmente “reazionario” ma spesso buono e ragionevole, e ad ascoltare giovani messi ai margini, trovando per entrambi narrazioni e proposte nuove.

 

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