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Tutti i Paesi che cercano il "cessate il fuoco"

Dalla Cina all'India al Brasile non c'è unanimità nella condanna all'aggressione russa, ma si cerca una soluzione soft che giustificherebbe le annessioni
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Avrebbero tutti i motivi per sostenere l’Ucraina. I Paesi dell’America Latina dovrebbero ricordare che hanno anch’essi un vicino potente che a lungo li ha considerati “cortili sul retro” e non ha perso del tutto la voglia di imporre loro una sovranità. I Paesi africani, dal canto loro, non dovrebbero ignorare che oltretutto il tentativo di annessione dell’Ucraina da parte di Putin è anacronistico e folle quanto lo sarebbe per la Francia riproporsi la riconquista dell’Algeria o per la Gran Bretagna voler rimettere le mani sulla Nigeria.
L’Ucraina è uno Stato che un impero sconfitto vorrebbe portare nuovamente sotto la propria potestà, ma tutti quei Paesi che oggi annoveriamo nella definizione-calderone di “Sud globale” purtroppo sono ben lungi dall’essere concordi nella condanna dell’aggressione di cui l’Ucraina è vittima. Per altro, non l’approvano, ma sono pochi i Paesi che hanno aderito alle sanzioni economiche varate contro Mosca. L’India sta ricavando profitti enormi dai suoi acquisti di petrolio russo. La Cina si limita a quella che potremmo chiamare una neutralità filorussa. La settimana scorsa il presidente del Brasile è arrivato a respingere, in margine al G 7, qualsiasi tipo di contatto con Volodymyr Zelensky. Tutti questi paesi invitano non alla resistenza contro l’aggressione russa, ma a un cessate-il-fuoco che non farebbe altro che confermare le annessioni del Cremlino.
Nel caso del regime cinese, è comprensibile. Benché questa guerra possa finire per indebolire Xi perturbando gli scambi commerciali internazionali, tra i dirigenti cinesi e russi vi è una profonda solidarietà ideologica. Fanno causa comune contro la democrazia, ma gli altri dirigenti di quel “Sud” che comprende anche la maggiore parte dell’Asia, perché non si schierano al fianco dell’Ucraina? Perché la loro prudenza li allinea molto più con Vladimir Putin che con gli Occidentali?


La risposta è che questi Paesi hanno in comune il fatto di non voler contribuire alla sconfitta di Vladimir Putin nel timore che la Russia non sia forte come gli Stati Uniti e non riesca a riconquistare lo status di superpotenza acquisito alla fine del secolo scorso. Ciò vale in particolare per la Cina, che ormai è impegnata in un braccio di ferro con Washington, ma anche per tutto il Sud globale, per tutti questi Paesi che aspirano ad avere una buona volta un certo peso sulla scena internazionale, come stanno iniziando ad averlo l’Arabia Saudita, il Sudafrica, il Brasile o il Qatar.
Tutti questi Paesi, perfino i più ricchi tra di loro, pensano che avrebbero da rimetterci nel caso di una sconfitta totale della Russia, perché verrebbero lasciati senza mezzi atti a far fronte alla potenza americana. Perfino l’ex sindacalista Lula vorrebbe aiutare Vladimir Putin a tirarsi fuori dalla situazione in cui è affinché il suo Paese e tutti quelli del Sud globale riescano a trovare una loro collocazione tra i grandi nemici di un mondo rimasto multipolare.


Se questa realtà sfugge o se si preferisce dimenticarla, non si fa altro che servire gli interessi di Putin e Xi. Ma come allontanare allora il Sud globale da Mosca e da Pechino? Non è scontato. Malgrado le immense divisioni politiche e i diversi interessi di questi Paesi, non sarà facile. In ogni caso, è indispensabile fare tre cose.
La prima è ribadire che, a prescindere da quali siano stati i torti storici degli Occidentali, del colonialismo o della guerra in Iraq, oggi quei Paesi sono dal lato giusto della Storia se si oppongono a Putin che sogna di resuscitare il colonialismo ripristinando il suo impero. La seconda è che davanti a questa aggressione il fronte occidentale allea le democrazie contro una dittatura che non esporta libertà, in Africa, bensì predazione economica e, in America Latina, sostiene i regimi più preoccupanti.
La terza cosa da dire a questi Paesi è che la sconfitta dell’aggressione russa non sarà il trionfo di una superpotenza americana. Sarà, prima di ogni altra cosa, l’affermazione politica di un’Europa autonoma e democratica senza la quale non ci sarà multipolarità, ma una corsa verso una conflagrazione planetaria.
 

Traduzione di Anna Bissanti