"Sul memorandum con la Cina ho le mie idee, ma il governo è una squadra di cui io sono il vice premier e dunque ne parlerò con Giorgia Meloni". Così ha parlato Salvini a proposito della cosiddetta "Via della Seta", l'accordo con Pechino che l'Italia deve decidere se annullare o rinnovare. Come tutti sanno, si tratta di una faccenda le cui implicazioni sono numerose e tutte scomode. Salvini era intervenuto in un convegno dedicato a come valorizzare i porti italiani, in particolare quello di Trieste, che da tempo suscita l'interesse della Cina.
Si capisce, anche dalla frase citata, che il capo della Lega sarebbe favorevole a prolungare l'intesa con i cinesi e…
"Sul memorandum con la Cina ho le mie idee, ma il governo è una squadra di cui io sono il vice premier e dunque ne parlerò con Giorgia Meloni". Così ha parlato Salvini a proposito della cosiddetta "Via della Seta", l'accordo con Pechino che l'Italia deve decidere se annullare o rinnovare. Come tutti sanno, si tratta di una faccenda le cui implicazioni sono numerose e tutte scomode. Salvini era intervenuto in un convegno dedicato a come valorizzare i porti italiani, in particolare quello di Trieste, che da tempo suscita l'interesse della Cina.
Si capisce, anche dalla frase citata, che il capo della Lega sarebbe favorevole a prolungare l'intesa con i cinesi e magari a consolidarla. La sua idea è che "il commercio deve svilupparsi a 360 gradi". Tuttavia si rende conto, probabilmente a malincuore, che la decisione italiana dovrà tener conto delle nostre alleanze internazionali e del fatto che tra Stati Uniti e Cina la tensione è molto alta. Così nella linea di Salvini si percepisce la consueta ambiguità. Da un lato fa intendere alla premier Meloni che la Lega non si metterà di traverso quando verrà il momento di annunciare l'interruzione del "memorandum" (firmato nel marzo 2019 dal primo governo Conte, quello basato sull'asse 5S-Lega). Dall'altro, manda un messaggio a Pechino: se fosse per lui, l'accordo sarebbe senz'altro rinnovato ("ho le mie idee in proposito").
A quanto sembra, Salvini sottovaluta il tema politico della sicurezza e della coesione occidentale. In ciò dimostra una certa coerenza, dal momento che fin dall'inizio - con l'esecutivo Conte Uno di cui era vice-premier - si è preoccupato soprattutto di stringere il rapporto con la Cina e di non lasciarne la primazia al presidente del Consiglio indicato dai Cinque Stelle. Sta di fatto che oggi è Fedriga, il presidente del Friuli Venezia-Giulia, a porre l'accento sulla sicurezza nazionale, ricordando come il "memorandum" non sia solo un patto commerciale che prescinde dagli obblighi internazionali di Roma. Viceversa, Salvini vuol rammentare tra le righe a Palazzo Chigi che la Lega si aspetta qualcosa in cambio della sua rinuncia a mettere i bastoni tra le ruote, come pure potrebbe.
C'è peraltro un aspetto che non può essere sottovalutato: fin qui qui hanno dimostrato di aver ragione coloro che vedono nell'accordo con i cinesi un gesto politico di notevole impatto, comunque lo si voglia giudicare, ma la cui convenienza economica è assai meno evidente. Un'indagine pubblicata dal sito "Pagella Politica" dimostra che in poco più di un triennio le esportazioni dal nostro paese verso la Cina sono cresciute dai 13 miliardi di euro del 2019 ad appena 16,4 miliardi nel 2022. Nello stesso tempo le importazioni di merce cinese hanno registrato un aumento più netto: da 31,7 miliardi a 57,5 miliardi. Come dire che l'affare lo ha fatto Pechino. Un doppio affare: politico e commerciale.
Vale poi la pena rammentare che il rapporto di Salvini con Pechino non è in contraddizione con la storica relazione intessuta da anni con il russo Putin. Anche in questo caso il leader leghista si sforza di non creare troppi imbarazzi al governo, ma non recede di un passo dalle sue posizioni. Lo si è visto pochi giorni fa, quando ha evitato di incontrare l'ucraino Zelensky in visita a Roma. In breve, Putin e anche il cinese Xi sanno di avere in Italia un buon amico che al momento può solo restare in silenzio, ma che all'occorrenza saprà mobilitarsi. Ne deriva che Giorgia Meloni deve raddoppiare gli sforzi per dimostrare a Washington la sua lealtà atlantica. Non basta la mano nella mano con Biden in Giappone. L'ambiguità di Salvini pesa ed è una piccola spada di Damocle pendente sulla premier. Almeno fin quando non prenderà forma l'atteso viaggio in Usa.