Giorgia Meloni evidentemente non ha retto al fuoco amico — della Lega e di non pochi dei suoi — mirato a sabotare quella che lei stessa aveva lasciato intendere fosse la scelta più logica per la ricostruzione dell’Emilia-Romagna, ovvero la nomina del governatore Stefano Bonaccini a commissario. Non sarà lui. E quindi forse non era nemmeno autenticamente lei quella che gli sorrideva e lo ringraziava per le prime opere di soccorso messe in piedi dopo il disastro dei giorni scorsi. In effetti chi — hanno pensato tutti — meglio di un presidente di regione che da anni governa il territorio, perdipiù con risultati apprezzabili, può sapere come meglio agire e dove? Naturaliter, secondo l’insospettabile senatore Pier Ferdinando Casini, sarebbe stata quella la scelta. Secondo natura insomma, ma anche secondo pratica istituzionale. E perfino secondo buon senso, verrebbe da dire. Invece, altrettanto naturalmente, il governo in caric…
Giorgia Meloni evidentemente non ha retto al fuoco amico — della Lega e di non pochi dei suoi — mirato a sabotare quella che lei stessa aveva lasciato intendere fosse la scelta più logica per la ricostruzione dell’Emilia-Romagna, ovvero la nomina del governatore Stefano Bonaccini a commissario. Non sarà lui. E quindi forse non era nemmeno autenticamente lei quella che gli sorrideva e lo ringraziava per le prime opere di soccorso messe in piedi dopo il disastro dei giorni scorsi. In effetti chi — hanno pensato tutti — meglio di un presidente di regione che da anni governa il territorio, perdipiù con risultati apprezzabili, può sapere come meglio agire e dove? Naturaliter, secondo l’insospettabile senatore Pier Ferdinando Casini, sarebbe stata quella la scelta. Secondo natura insomma, ma anche secondo pratica istituzionale. E perfino secondo buon senso, verrebbe da dire. Invece, altrettanto naturalmente, il governo in carica prenderà un’altra strada. Non avessero appena nominato alla Commissione antimafia una deputata vicina all’ex terrorista nero Luigi Ciavardini, condannato, tra le varie altre cose, a 30 anni di carcere per la strage di Bologna, ci sarebbe da sorprendersi.
Ma mentre nella scelta di Chiara Colosimo il paradigma dell’obbrobrio è quello dell’identità culturale da difendere e riaffermare, nella mancata scelta di Bonaccini il pensiero del governo probabilmente si è fatto persino più corto. All’orizzonte non c’è la ricostruzione, ma le imminenti elezioni regionali, distanti appena un anno e mezzo. E la conseguente volontà di intestarsi la rinascita, per cercare una buona volta di strappare l’Emilia-Romagna all’avversario. Un mero calcolo politico, a onta di una semplice deduzione pratica. Per altro, nei confronti di un governatore che nemmeno potrebbe più candidarsi, essendo al secondo mandato. A nulla è valso che perfino i governatori di centrodestra abbiano indicato, a gran voce, in Bonaccini la personalità più adatta all’impresa. E che tutte le parti sociali convocate a Palazzo Chigi abbiano espresso identico parere. No, anche a sfregio dell’ovvio, il governo cercherà altrove il commissario e proseguirà nella sua opera di occupazione di tutti i ruoli chiave disponibili nel Paese. Cesare Previti, ai tempi del primo governo Berlusconi, quanto meno era stato esplicito, col suo memorabile “non faremo prigionieri”, che poi non gli portò nemmeno troppa fortuna. Ma tra la scelta di uno, due o tre direttori della Rai e la nomina di un commissario per la ricostruzione di un territorio devastato, c’è parecchia differenza. Non che l’informazione non sia un tema cruciale, ma la vita, il lavoro, le case, le scuole, l’agricoltura e l’ambiente, lo sono anche di più. Si può scommettere su una linea editoriale ardita, non su un paesino flagellato dalle frane che ha bisogno di qualche certezza per capire se reggerà ancora, o su un altro che da oggi convive con l’incubo di finire sott’acqua al prossimo temporale estivo.
L’augurio, ovviamente, è che la scommessa, Meloni e i suoi, la vincano. Che dietro alla strategia politica non ci sia una nomina improvvisata. Che non chiedano indicazioni a Matteo Salvini, visto che l’ultima volta per le regionali scelse una candidata, Lucia Borgonzoni, convinta che l’Emilia-Romagna confinasse a nord col Trentino Alto Adige. Che non tirino fuori dal cilindro un nostalgico non troppo pentito. E che nemmeno si affidino a un nome dal curriculum garantito ma con in testa l’idea di governare il tutto da un ufficio romano. Per esperienza, avendo vissuto la ricostruzione post terremoto, l’Emilia-Romagna spera e prega di poter contare su qualcuno che si spenda tutti i giorni sul territorio. E che magari lo conosca davvero a fondo, essendo variegato come lo può essere una regione che parte da una spiaggia e finisce su una montagna, attraversando fiumi, pianure e distese di coltivazioni e di aziende di ogni ordine e grado. Anche perché, in queste ore in cui il piano del governo Meloni si è disvelato nei fatti e ancor più nelle omissioni, un pensiero più di tutti gli altri mette i brividi. Ed è che il nome del commissario non lo sappiano nemmeno loro. Che lo stiano cercando affannosamente, che stiano avanzando candidature e al contempo le scartino, che stiano valutando chi davvero potrà reggere il peso delle critiche e abbia alle spalle un bagaglio minimo di conoscenze per dimostrarsi all’altezza del ruolo. Lasciando il fondato dubbio che in tutta questa corsa contro il tempo, mentre ancora ieri in molte zone appenniniche aveva ripreso a diluviare, gli addetti al casting per il commissario di Palazzo Chigi abbiano un’unica idea chiara in testa: tutti, purché non Bonaccini.