Il Washington Consensus è una dottrina economica neoliberista promossa dagli anni ‘80, che ha favorito la creazione di catene di approvvigionamento, o filiere, globali tramite investimenti nei Paesi in via di sviluppo da parte di organizzazioni come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e il Dipartimento del Tesoro Americano. Questa dottrina sostiene un sistema capitalistico basato sull’integrazione economica e sul libero commercio globale, presupponendo che i mercati assegnino il capitale in modo produttivo ed efficiente, indipendentemente anche dai valori delle nazioni coinvolte. L’applicazione del Washington Consensus ha ottenuto risultati controversi, ma ha contribuito a fare uscire dalla povertà centinaia di milioni di persone in Asia, Africa e America Latina, grazie alla delocalizzazione delle produzioni verso paesi a minor costo di produzione. Queste delocalizzazioni hanno abbassato i prezzi dei beni, ma hanno anche introdotto nuov…
Il Washington Consensus è una dottrina economica neoliberista promossa dagli anni ‘80, che ha favorito la creazione di catene di approvvigionamento, o filiere, globali tramite investimenti nei Paesi in via di sviluppo da parte di organizzazioni come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e il Dipartimento del Tesoro Americano. Questa dottrina sostiene un sistema capitalistico basato sull’integrazione economica e sul libero commercio globale, presupponendo che i mercati assegnino il capitale in modo produttivo ed efficiente, indipendentemente anche dai valori delle nazioni coinvolte. L’applicazione del Washington Consensus ha ottenuto risultati controversi, ma ha contribuito a fare uscire dalla povertà centinaia di milioni di persone in Asia, Africa e America Latina, grazie alla delocalizzazione delle produzioni verso paesi a minor costo di produzione. Queste delocalizzazioni hanno abbassato i prezzi dei beni, ma hanno anche introdotto nuovi rischi poiché l’operatività delle aziende occidentali, comprese quelle strategiche, sono diventate sempre più dipendenti da queste filiere globali. La dottrina aveva anche implicazioni politiche, ovvero il miglioramento della cooperazione tra le nazioni attraverso l’integrazione economica con l’obiettivo di rendere più aperti i regimi autocratici.
Dal 2010 cresce la consapevolezza nell’Occidente che l’applicazione acritica del Washington Consensus rafforzava oltremodo la potenza economica di nazioni come la Cina la quale si consolidava progressivamente come rivale sistemico delle democrazie occidentali. Di conseguenza, gli Stati Uniti e poi altri Paesi occidentali hanno gradualmente rallentato il processo di delocalizzazione delle produzioni, in particolare quelle ad alta tecnologia, cercando di diversificare le fonti di approvvigionamento e, ove questo non fosse perseguibile in tempi brevi, attuando politiche di de-risking. Rallentamento trasformato in una brusca frenata negli ultimi anni a seguito di eventi sistemici naturali e geopolitici come la pandemia e il conflitto tra Russia e Ucraina. Tali eventi hanno messo in luce le fragilità delle filiere globali mostrando come queste possano essere un rischio per la sicurezza dell’occidente come esemplificato dal ricatto energetico della Russia verso l’Europa. È prevedibile che il cambiamento climatico e l’atteggiamento sempre più assertivo e securitario della Cina creeranno le condizioni per nuovi eventi sistemici di simile portata.
Parallelamente, negli ultimi vent’anni, le fragilità delle filiere sono ulteriormente aumentate per la trasformazione digitale che ha modificato profondamente le infrastrutture globali e nazionali strategiche alla base delle nostre società come ad esempio quelle finanziarie o elettriche. Sebbene più efficienti, veloci ed economiche, tali infrastrutture si bloccano se il sistema digitale che eroga il servizio si arresta. Se Stati autocratici controllano elementi critici delle filiere che approvvigionano tali sistemi digitali, questi potrebbero utilizzarle come arma di minaccia geopolitica oppure condurre attacchi informatici che potrebbero bloccare migliaia di infrastrutture strategiche attraverso lo sfruttamento di vulnerabilità nascoste nei sistemi digitali, opportunamente inserite all’interno della filiera. L’attacco SolarWinds, considerato il più grave nella storia dell’informatica, dà una pallida idea delle possibili conseguenze di un attacco di questo tipo.
Tale contesto di rischio spinge l’amministrazione Biden, la Commissione Europea e altri Paesi like-minded ad attuare politiche di investimento coordinate per la rilocalizzazione delle produzioni tecnologiche, partendo dalla filiera dei microchip, per renderle più sicure e resilienti. È un processo lungo, complesso e costoso, ma inevitabile. Qualcuno lo ha chiamato il “nuovo Washington Consensus”. Rispetto al vecchio ha delle differenze fondamentali. Non sarà US-centrico perché sarà tanto più efficace, tanto più sarà in grado di creare un ampio spazio di integrazione economica fatto di nazioni che condividono gli stessi valori. Dovrà essere in grado di coordinare, in questo spazio, le politiche di investimento pubbliche e di indirizzare quelle provenienti dal settore privato. Nessuna sfida epocale come quella legata alla produzione di energia pulita o dei computer quantistici potrà essere affrontata solo dal settore pubblico come ci insegna la space economy. L’obiettivo è creare, in tale spazio economico, filiere sicure e resilienti per queste nuove tecnologie strategiche. La Partnership for Global Infrastructure and Investment discussa al G7 giapponese è un primo passo in questa direzione. Il nuovo consenso dovrà scontare la prudenza delle nazioni emergenti con forte spinta demografica, tra cui India e Brasile, che vedono nella Cina un possibile centro di un nuovo ordine mondiale e vogliono avere libertà di manovra se questa eventualità dovesse avverarsi. La creazione di questo spazio economico è la sfida tecno-diplomatica che attende i Paesi occidentali nel futuro immediato e per l’Italia può essere un’opportunità unica per localizzare nel nostro Paese pezzi di produzioni di tecnologie strategiche. Queste potranno garantire prosperità, sicurezza e un posizionamento consono all’Italia e all’Europa nel futuro ordinamento mondiale.
Con questo articolo Roberto Baldoni, ex capo dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, inizia a collaborare con Repubblica
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