Diciamoci la verità. È da un quarto di secolo, da quando il proprietario del più importante gruppo televisivo privato ha conquistato il governo, che - tranne rare parentesi - il centrodestra controlla anche l'informazione e l'intrattenimento prodotti dal servizio pubblico.
Anche la tecnica è sempre la stessa: occupa tutto il possibile e poi piangi, strilla forte che la Rai è Tele-Kabul, che i conduttori di destra sono discriminati, che i giornalisti di destra non hanno voce e potere. A Napoli, con una locuzione dialettale un po' forte, dicono chiagni e fotti.
Giorgia Meloni arriva per ultima, la differenza forse sta nei modi - brutali - dell'occupazione e nel profilo dei prescelti. Tutti maschi, peraltro, nei posti che contano.
A partire dal neo direttore del Tg1, Gian Marco Chiocci, che la destra nostalgica del Msi considera una specie di eroe da quando riuscì a colpire a morte Gianfranco Fini con l'inchiesta sull…
Diciamoci la verità. È da un quarto di secolo, da quando il proprietario del più importante gruppo televisivo privato ha conquistato il governo, che - tranne rare parentesi - il centrodestra controlla anche l'informazione e l'intrattenimento prodotti dal servizio pubblico.
Anche la tecnica è sempre la stessa: occupa tutto il possibile e poi piangi, strilla forte che la Rai è Tele-Kabul, che i conduttori di destra sono discriminati, che i giornalisti di destra non hanno voce e potere. A Napoli, con una locuzione dialettale un po' forte, dicono chiagni e fotti.
Giorgia Meloni arriva per ultima, la differenza forse sta nei modi - brutali - dell'occupazione e nel profilo dei prescelti. Tutti maschi, peraltro, nei posti che contano.
A partire dal neo direttore del Tg1, Gian Marco Chiocci, che la destra nostalgica del Msi considera una specie di eroe da quando riuscì a colpire a morte Gianfranco Fini con l'inchiesta sulla casa di Montecarlo.
I colonnelli di Alleanza nazionale, tutti più fedeli a Berlusconi che al loro capo, godettero segretamente molto quando Fini, il liquidatore del neofascismo, cadde sulla "robba" per la penna di Chiocci. Per non parlare di Meloni, che contro Fini e la sua svolta ha costruito Fratelli d'Italia.
E venne poi il tempo di Berlusconi e delle escort, con il cronista Chiocci impegnato in una contro-inchiesta per provare a smontare i "teoremi" dei pm.
Fino al Chiocci direttore del Tempo che, come ha ricordato su queste pagine Concetto Vecchio, sparò in prima pagina "Mussolini uomo dell'anno". Questi sono i meriti di Chiocci, che si ritrova a dirigere il Tg principale del servizio pubblico senza aver mai fatto televisione in vita sua.
Ma stiamo divagando. Perché il problema non sono i singoli, è il disegno complessivo. Quello di stendere finalmente una cappa uniforme sull'informazione e l'intrattenimento, eliminando le note stonate. Il coro deve cantare all'unisono "Viva Giorgia" e se qualcuno bravo come Fabio Fazio o bravissimo come Lucia Annunziata, stecca... la porta è quella, prego.
Lo ha detto Maurizio Gasparri, commentando le dimissioni di Lucia Annunziata, forse la persona che più di tutti in questo momento incarna la storia e l'identità dell'azienda pubblica dove ha lavorato per trent'anni: "Si è dimessa? Il mondo va avanti".
Invece bisognerebbe leggerla bene la lettera di dimissioni di Annunziata, un documento molto politico e molto poco "aziendale". Perché se una giornalista del suo calibro è costretta a dichiarare la sua estraneità a un governo di cui non condivide "nulla, né sui contenuti, né sui metodi" e per questa alterità si sente obbligata ad andarsene, il problema non è della giornalista, ma di chi dirige l'azienda.
È un problema di credibilità del servizio pubblico, che sembra trasformato ogni giorno che passa in una fabbrica di agit-prop al servizio dei nuovi potenti.
Stefano Coletta fatto fuori dall'Intrattenimento Prime Time, e spostato alla innocua Distribuzione per nominare un leghista, è un altro esempio di "prego, si accomodi". Non gli si perdona il Sanremo più di successo di tutti i tempi, dove però Rosa Chemical e Fedez avevano steccato rispetto al coro e Salvini aveva minacciato, appunto, una "riflessione" sulla Rai. Ecco, hanno riflettuto.
La destra è egemone in Rai, adesso nessuno può negarlo. Anche perché la presunta egemonia di sinistra non è mai esistita. E gli autori considerati di sinistra non sono mai stati al servizio del Pd, basti pensare a Bianca Berlinguer, Sigfrido Ranucci o Riccardo Iacona.
L'egemonia dei "comunisti" esisteva solo nella propaganda di Berlusconi contro il Tg3, caso unico nel mondo occidentale di un capo del governo che si scagliava contro i giornalisti e le (poche) trasmissioni non conformi. "Non possiamo più sopportare che la Rai sia l'unica tv pubblica del mondo che con i soldi di tutti attacca il governo".
Lo diceva e, nel frattempo (ricordiamo tutti le intercettazioni con Agostino Saccà), chiedeva fiction sul Barbarossa per accontentare Bossi o raccomandava attrici e attricette per conquistare i favori di qualche senatore utile a far cadere Prodi.
Storie del passato, ma che dimostrano come il centrodestra in Rai - dove ancora ricordano l'ex Avanguardia nazionale Guido Paglia come direttore delle relazioni esterne - ha sempre comandato.
Certo, la battaglia per una Rai pluralista e lontana dai partiti sarebbe più credibile se anche le opposizioni avessero le mani pulite. E invece il Pd porta la macchia della riforma renziana che ha consegnato al governo la nomina dei capi azienda. Mentre Giuseppe Conte, che parla oggi di Stati generali del servizio pubblico, si accomoda a tavola con la destra e in cambio di qualche poltroncina minore.