Non parla come qualcuno arrivato a fine corsa e che non ha più nulla da perdere. Ma come un economista che analizza e spiega come garantire un futuro al Paese e ai giovani. Nelle sue ultime conclusioni da governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, chiude il suo discorso passando il testimone proprio a loro, i più giovani che sono i meno condizionati dal passato.
Spetta alla nuova generazione, che va ascoltata e aiutata, immaginare il nuovo mondo, che non dovrà esser più povero, ma "più sicuro e giusto". E lui, una mano a immaginarlo, la dà proprio mentre lambisce nel suo discorso i recenti interventi del governo Meloni che nei suoi primi sette mesi non è certo andat…
Non parla come qualcuno arrivato a fine corsa e che non ha più nulla da perdere. Ma come un economista che analizza e spiega come garantire un futuro al Paese e ai giovani. Nelle sue ultime conclusioni da governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, chiude il suo discorso passando il testimone proprio a loro, i più giovani che sono i meno condizionati dal passato.
Spetta alla nuova generazione, che va ascoltata e aiutata, immaginare il nuovo mondo, che non dovrà esser più povero, ma "più sicuro e giusto". E lui, una mano a immaginarlo, la dà proprio mentre lambisce nel suo discorso i recenti interventi del governo Meloni che nei suoi primi sette mesi non è certo andato nella direzione che lascia presagire un futuro di quel tipo.
La parola "governo" viene nominata una sola volta e compare quando Visco accenna alla nuova riforma fiscale, attualmente in discussione in Parlamento. Visco è categorico e con la Costituzione in mano boccia qualsiasi idea di flat tax, senza mai nominarla. Nessun intervento può prescindere dai principi "di progressività e capacità contributiva sanciti dalla Costituzione". Perché è difficile immaginare un mondo più giusto in cui un povero paga le stesse tasse dei ricchi.
E nella stessa direzione vanno le parole sul lavoro, in aperto contrasto col decreto che il governo Meloni ha beffardamente trattato nel Consiglio dei ministri del primo maggio, rilanciando i mini jobs e l'occupazione flessibile. Visco li chiama forme contrattuali "atipiche" e ribadisce che sono spesso queste a creare una precarietà prolungata soprattutto tra i giovani tanto che il 20 per cento di loro dopo cinque anni si trova ancora in condizioni di impiego a tempo determinato. Il governatore, però, non si è fermato lì e ha affondato un colpo a favore di chi un contratto di lavoro ce l'ha, ma non è retribuito in maniera adeguata. Se Giorgia Meloni ritiene il salario minimo inutile o buono solo da un punto di vista filosofico, l'economista Visco lo ritiene necessario perché può rispondere a "non trascurabili esigenze di giustizia sociale".
Diversa anche la posizione sul calo demografico e sull'immigrazione, strettamente correlati alla crescita economica del Paese. Di fronte a un'Italia che in soli tre anni, dal 2019 a oggi, ha perso 800mila persone in età da lavoro (tra i 15 e i 64 anni) e ne perderà altri 6 milioni entro il 2040, Visco non ha certo affrontato il problema cercando di risolverlo con le donne al lavoro e l'incremento delle nascite, come ha fatto Meloni in occasione del Salone del Mobile, o ha demonizzato l'immigrazione parlando di sostituzione etnica, come il cognato di Meloni, il ministro per l'Agricoltura, Francesco Lollobrigida.
Secondo Visco, anche nell'ipotesi molto favorevole che l'Italia raggiunga i tassi di attività dei giovani e delle donne degli altri Paesi europei, nei prossimi venti anni la crescita economica non potrà comunque contare su un aumento "italiano" della forza lavoro. Solo un allungamento dell'età lavorativa e una maggiore immigrazione potranno compensare velocemente questo calo, anche perché ci vorranno molti anni prima che un recupero della natalità, "per quanto - dice Visco - auspicabile", possa contribuire a rafforzare l'offerta economica.
Per ridare slancio allo sviluppo dell'economia e aggredire le proprie debolezze, l'Italia ha un'occasione unica che si chiama Pnrr, il Piano nazionale di Ripresa e Resilienza da 190 miliardi di euro all'interno del più ampio programma Next Generation Ue, che tra discussioni, lamentele per il poco tempo, mancanza di programmazione e difficoltà attuative rischia di fallire. Si può migliorare, ma va fatto - ammonisce Visco - in accordo con la Commissione europea, non con un atteggiamento da comari, ma con un confronto continuo. È un'occasione da non perdere, uno snodo cruciale per attuare quelle riforme da troppo tempo attese. Meloni coglie subito il monito e già ieri si è difesa nella sua relazione semestrale sullo stato di attuazione del Pnrr, affermando di aver agito sempre in accordo con la Ue che ha persino recepito la richiesta di maggior flessibilità.
Un'ultima stilettata arriva sul Mes. Visco sottolinea la necessità di portare a compimento l'unione bancaria europea e per farlo servono due pilastri: una vigilanza comune (che di fatto esiste) e un meccanismo di risoluzione unico, che decide quando una banca è insolvente. Per renderlo operativo serve anche un Fondo di risoluzione unico finanziato dalle banche che si accolli le spese dei fallimenti. Ora il Mes, il Meccanismo europeo di stabilità, ha proprio il compito di fornire le risorse finanziarie necessarie al funzionamento del Fondo di risoluzione. Solo l'Italia, tra i Paesi europei, non ha ancora ratificato il Mes. In tempi di incertezza e con le crisi bancarie dietro l'angolo, l'invito di Visco è chiaro: se si vuole una gestione delle crisi più rapida ed efficace e l'istituzione di uno schema unico di garanzia dei depositi, l'Italia non può non fare la sua parte.