✕

Quei maschi dalle doppie vite

(fotogramma)

Ascolta l'audio

La bigamia è spesso considerata un’avventura, un doppiogiochismo dello spirito quanto della carne, perfino celebrata con qualche concessione romantica. Un album di figurine doppie, incollate dalla parte sbagliata: volti da coprire quando vanno via in manette, ma che in precedenza si sono concessi il lusso fotografico della doppia esposizione
3 minuti di lettura

Funamboli in disequilibrio su vite parallele. Con i dischi pericolanti alle estremità del bilanciere e un coltello tra i denti. Questi sono gli uomini con le doppie vite. Quando le corde si divaricano e le gambe stanno per spezzarsi, in un ultimo e vile tentativo di salvarsi buttano nel vuoto ciò che tenevano tra le mani. Poi lo guardano schiantarsi, prima di aggrapparsi a quel che è diventato soltanto un filo, senza capo né coda, un’esistenza priva di futuro e con un passato da cancellare. E’ una prerogativa, quasi un’esclusiva, maschile. Un album di figurine doppie, incollate dalla parte sbagliata: volti da coprire quando vanno via in manette, ma che in precedenza si sono concessi il lusso fotografico della doppia esposizione. Alessandro Impagnatiello, è l’ultimo in ordine di tempo.

Da Impagnatiello a Parolisi

Molti e diversi, prima di lui. Quasi gemello, il maggiore Salvatore Parolisi, la cui moglie nel 2011 venne t…

Funamboli in disequilibrio su vite parallele. Con i dischi pericolanti alle estremità del bilanciere e un coltello tra i denti. Questi sono gli uomini con le doppie vite. Quando le corde si divaricano e le gambe stanno per spezzarsi, in un ultimo e vile tentativo di salvarsi buttano nel vuoto ciò che tenevano tra le mani. Poi lo guardano schiantarsi, prima di aggrapparsi a quel che è diventato soltanto un filo, senza capo né coda, un’esistenza priva di futuro e con un passato da cancellare. E’ una prerogativa, quasi un’esclusiva, maschile. Un album di figurine doppie, incollate dalla parte sbagliata: volti da coprire quando vanno via in manette, ma che in precedenza si sono concessi il lusso fotografico della doppia esposizione. Alessandro Impagnatiello, è l’ultimo in ordine di tempo.

Da Impagnatiello a Parolisi

Molti e diversi, prima di lui. Quasi gemello, il maggiore Salvatore Parolisi, la cui moglie nel 2011 venne trovata uccisa nei boschi con 35 coltellate. L’uomo aveva una relazione con un’altra donna, più giovane. Averla fatta franca a lungo lo indusse a credere di poter vivere davvero due vite. All’avvicinarsi delle vacanze di Pasqua prenotò due viaggi: uno in montagna con la moglie e la figlia e un altro al mare con l’amante e i genitori di lei. Poi le funi si allargarono, il calendario uno restò e lui spezzò una vita.

Il padre di tutti i bigami, in senso stretto e lato, è stato Jean-Claude Romand, protagonista di un caso di cronaca e del libro di Emanuel Carrère L’avversario. Per diciassette anni si alzò ogni mattina, salutò moglie figli, partì in auto e parcheggiò nei pressi della sede dell’Organizzazione mondiale della Sanità dove diceva di lavorare. Non si era mai laureato, non era un medico, non aveva un impiego.

Aveva sì, un’amante e con i suoi prestiti e quelli degli altri parenti teneva a galla le due barche su cui posava i piedi. Prima che l’onda della verità lo travolgesse, nel 1993, sterminò la famiglia e, per doppia colpa, fallì il proprio suicidio. Sostiene Carrère che vicende simili hanno qualcosa di universale poiché tutti, a livelli differenti, siamo impostori. Alcuni in maniera eclatante, ma comune è lo scarto tra la proiezione di sé e la realtà. Tra il profilo internet e la carta d’identità, l’immagine photoshoppata e lo specchio alle sei del mattino.  

È difficile vivere in compagnia del fantasma di sé stessi. Le vite non vissute diventano un sogno ricorrente, un rifugio e in definitiva: un peso. Il peso del rimpianto per quel che non si è stati, la mancata accettazione del fatto che non si sarebbe potuto essere altro, fanno scattare l’invidia per quell’altra persona immaginaria che vive dentro di sé e scaricare la colpa o su chi è vicino (genitori, coniugi, figli) e che avrebbe impedito l’altro percorso, o su sé stessi. Invece ogni vita è unica, anche nel non vissuto.

Tuttavia c’è chi non si arrende a questa semplice constatazione e, cedendo alla bulimia esistenziale, si concede due identità, due progetti, due strade su cui fantastica di bivi che non richiedono svolte, ma consentono sdoppiamenti. 

La bigamia è spesso considerata un’avventura, un doppiogiochismo dello spirito quanto della carne, perfino celebrata con qualche concessione romantica. Talora diventa una convenzione borghese, accettata dalle parti coinvolte con un tacito accordo che mette al riparo dalla tragedia e fors’anche dall’ipocrisia. Ai livelli più alti può capitare aumentino la tolleranza, l’evidenza e la cortina d’indifferenza. A molti funerali di grand’uomini erano presenti due vedove, che durante la messa si sono scambiate il rituale segno di pace. Molto più spesso si tratta di un’evasione non concordata, che da un presunto carcere porta a una presunta casa e da una casa a un carcere. Gli inizi sono ebbrezze alternate. Il piacere non è doppio, ma unico: consiste nell’esperienza dell’equilibrismo in sé.

Non c’è una somma di A e B, ma soltanto il trattino che le unisce, finchè regge. Quel che il tempo raddoppia sono invece i problemi. Non si tratta due vite, ma di una, ripetuta: due cene, due vacanze, due gravidanze. Un po’ una commedia all’italiana, ma soltanto nel primo tempo. A New York il mafioso Tommaso Buscetta teneva gli stessi abiti nell’armadio di due donne diverse, la prima moglie e la donna che aveva sposato con un nome falso. Nel secondo tempo però quest’altra scomparve senza lasciare traccia, ma lasciando due figlie. La fine è nota, per chi vuol capire. 

A un certo punto, dalla porta principale, entra il destino, con il volto scoperto e la pistola puntata. Con una variazione sulla classica minaccia impone: “O la verità o la vita”. Per un ultimo equivoco fasullo viene scelta la seconda, ma la vita è quella di qualcun altro. Il resto è già scritto. 

È disarmante constatare come la storia non insegni niente; la cronaca, caso dopo caso dopo caso: niente.