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Perché Visco ha ragione sulla globalizzazione

Il governatore della Banca d'Italia nelle Considerazioni finali ha spiegato quanto sarebbe dannoso per il Paese invertire la rotta d'integrazione dei mercati. Se ne discute anche al Festival Internazionale dell'Economia di Torino
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Il governatore Visco, nelle sue Considerazioni finali, ha ancora una volta ricordato quanto potrebbe essere dannoso per la crescita e lo sviluppo internazionale e del nostro Paese invertire la rotta dell’integrazione dei mercati. E ci ricorda quanto in tempi di profonde fratture geopolitiche sia fondamentale riflettere su cosa sia veramente la globalizzazione, come si sta facendo in questi giorni al Festival Internazionale dell’Economia di Torino.


Per farlo, bisogna partire dalle sue origini. Dal meraviglioso articolo 1 del General Agreement on Tariffs and Trade (Gatt), l’accordo del 1947 che definisce le regole del gioco del commercio tra Paesi. Si chiama “Trattamento generale della nazione più favorita”. Ma contrariamente alle apparenze, sancisce il fondamentale principio di non discriminazione. Ossia, non ci devono essere privilegi, tutti devono essere trattati come la nazione più favorita ed esportare in un determinato mercato alle…

Il governatore Visco, nelle sue Considerazioni finali, ha ancora una volta ricordato quanto potrebbe essere dannoso per la crescita e lo sviluppo internazionale e del nostro Paese invertire la rotta dell’integrazione dei mercati. E ci ricorda quanto in tempi di profonde fratture geopolitiche sia fondamentale riflettere su cosa sia veramente la globalizzazione, come si sta facendo in questi giorni al Festival Internazionale dell’Economia di Torino.


Per farlo, bisogna partire dalle sue origini. Dal meraviglioso articolo 1 del General Agreement on Tariffs and Trade (Gatt), l’accordo del 1947 che definisce le regole del gioco del commercio tra Paesi. Si chiama “Trattamento generale della nazione più favorita”. Ma contrariamente alle apparenze, sancisce il fondamentale principio di non discriminazione. Ossia, non ci devono essere privilegi, tutti devono essere trattati come la nazione più favorita ed esportare in un determinato mercato alle stesse condizioni.


L’articolo 1 affonda le sue radici nel liberismo della seconda metà dell’Ottocento e nelle teorie degli economisti classici. È una genialità istituzionale che ha permesso la rapida diffusione degli accordi sul libero commercio. Dai 23 firmatari iniziali del 1947 ai 164 membri della World Trade Organisation (Wto) di oggi.
Ma certo è un principio in profondo conflitto con le principali linee di politica economica attuali: la frammentazione, il decoupling, tra Occidente e Cina; l’idea di America First, e i 400 miliardi di sussidi americani alla transizione ambientale delle proprie imprese; il sovranismo tecnologico; il reshoring o friend shoring, produrre solo a casa o in Paesi amici.


Come è possibile scivolare dall’universalismo della nazione più favorita al particolarismo della mia nazione la più favorita?
Il primo tema riguarda l’insicurezza dei lavoratori e delle classi medie di fronte ad una concorrenza sempre più agguerrita da parte dei Paesi emergenti. I lavoratori relativamente privilegiati del Nord del mondo si sono rapidamente trovati a competere con centinaia di milioni di nuove braccia e teste disposte a fare la stessa cosa, magari non ugualmente bene, ma per molto meno denaro. La possibilità di acquistare beni di consumo a prezzi impensabili in epoche di mercati più chiusi non ha compensato l’erosione della sicurezza del posto di lavoro o la difficoltà, soprattutto per i lavoratori di età più avanzata, a spostarsi verso attività nuove, ad alto valore aggiunto, insomma dalla produzione delle scarpe ai computer. E anche se i governi hanno adottato politiche di sostegno ai lavoratori, la sensazione comunque di essere un perdente, di non poter beneficiare della crescente ricchezza globale, ha fomentato posizioni politiche di difesa degli interessi nazionali.
Il secondo tema riguarda la crescente domanda di accordi commerciali ”profondi”. Ossia che oltre a definire regole comuni sulle tariffe (come avvenne per i primi grandi accordi sul commercio) introducessero nuovi standard sul lavoro, sulla sostenibilità, sugli investimenti, sulla proprietà intellettuale. Temi così complessi non riescono ad essere risolti con accordi e compromessi accettabili per tutti. Le posizioni dei singoli Paesi, per la loro storia, il loro livello di sviluppo, la loro cultura, sono troppo distanti per essere conciliate. E questo ha reso palese e anche violento il confronto tra sistemi politici e geografie lontane e diverse. Se Cina e Stati Uniti potevano accordarsi sulle tariffe, non riescono più a farlo su temi ambientali o di sicurezza o di difesa della proprietà intellettuale.


Il commercio si è così regionalizzato, terzo tema. Dal 1994, dopo l’Uruguay Round, l’ultimo grande accordo globale che ha sancito la nascita della Wto, forse l’apice del multilateralismo, sono fioriti centinaia di accordi bilaterali o regionali che, per quanto permessi dal Gatt, hanno accelerato la formazione di blocchi regionali spesso contrapposti.
In questo quadro di nuove e crescenti trincee nazionali, ritrovare invece la via della non discriminazione sarebbe essenziale, come auspica Visco, ma non sarà semplice. Il Festival dell’Internazionale dell’Economia è ricco di proposte da parte dei più grandi ricercatori e policy maker del mondo. Vedremo quale sarà la sintesi finale.


barba@unimi.it