Impagnatiello, la banalità del normale
di Stefano MassiniCominciamo dall’epilogo: Alessandro Impagnatiello ha appena ucciso Giulia. Il cadavere è là, davanti ai suoi occhi, oggettivo, reale, non fatto di pixel o di kbyte, ma di carne e sangue. E innanzi a quel corpo dilaniato, Alessandro cosa fa? Corre su internet, si precipita su un motore di ricerca con una forsennata sete di soluzioni, chiede all’oracolo come cancellare le prove, come far sparire il sangue, come eliminare dai cellulari le memorie whatsapp. Non ci stupiremmo se avesse digitato su Google anche “come far resuscitare un morto”, perché in fondo la tragica storia di questo omicidio tradisce tutta l’inabilità esistenziale di chi si è abituato ad affrontare la vita come un challenge sui social. Che cosa accade se la sfida goliardica della premiata ditta Battisti-Mogol, quel “guidare a fari spenti nella notte”, lascia il posto a una gimkana ancora più scellerata, in cui si sputa sull’amore, …
Cominciamo dall’epilogo: Alessandro Impagnatiello ha appena ucciso Giulia. Il cadavere è là, davanti ai suoi occhi, oggettivo, reale, non fatto di pixel o di kbyte, ma di carne e sangue. E innanzi a quel corpo dilaniato, Alessandro cosa fa? Corre su internet, si precipita su un motore di ricerca con una forsennata sete di soluzioni, chiede all’oracolo come cancellare le prove, come far sparire il sangue, come eliminare dai cellulari le memorie whatsapp. Non ci stupiremmo se avesse digitato su Google anche “come far resuscitare un morto”, perché in fondo la tragica storia di questo omicidio tradisce tutta l’inabilità esistenziale di chi si è abituato ad affrontare la vita come un challenge sui social. Che cosa accade se la sfida goliardica della premiata ditta Battisti-Mogol, quel “guidare a fari spenti nella notte”, lascia il posto a una gimkana ancora più scellerata, in cui si sputa sull’amore, sui sentimenti, sulle gravidanze, sul disagio psichico (“mi sa che Giulia era bipolare”), e quindi sulla soppressione di un altro essere umano?
La battaglia col rischio è estrema ma elettrizzante, un mix di pasticche da sballo, una vera bomba di endorfine, e se poi per maledizione ti trovi con un cadavere nella vasca da bagno, non esiste scelta se non ricorrere all’ausilio onniveggente di Mother, come accadeva sul cargo Nostromo di Ridley Scott.
Perfino quel “non esiste pentimento se non togliermi la vita”, precise parole pronunciate ieri da Impagnatiello, confermano questa drammatica confusione fra realtà e metaverso, o comunque si voglia chiamare quella dimensione alternativa in cui basta premere “esc” per interrompere ogni cosa ed entrare in modalità reset. Minaccio il suicidio, cioè esco dal torneo, abbandono la partita, premo off e sconnetto il sistema, perché io gioco solo se posso puntare al jackpot.
E se è noto che ciascun fatto di cronaca nera, a partire da Agamennone ucciso da Clitemnestra, sintetizza nel sangue una chiave di lettura delle relazioni interpersonali (e quindi della convivenza fra esseri umani), ecco che l’assassinio di Giulia ci racconta il disarmante non senso di trattare amore e morte come un flipper dentro cui rimbalzi la pallina, in uno squallidissimo susseguirsi di balle, finzioni, espedienti, idiozie e improvvisazioni tanto maldestre da far apparire Arlecchino un Premio Nobel. Ma quel che conta, al flipper come nelle gare di sopravvivenza, è che la pallina resti in campo, e più vi resterà più il contatore crescerà in punteggio, facendoti vincere il torneo fra tante lucette colorate. You win! Champion!
E invece no. Invece il player manda dritta la pallina in buca, e non fa a tempo a incassare l’onta del game over che si trova d’un tratto precipitato in un abisso vero, senza uscita, da cui non riesce a trarlo fuori neppure Sua Maestà il Tutorial. La responsabilità, questa sconosciuta. La conseguenza morale di un’azione, altrettanto ignota perchè non comporta bonus sul tabellone.
A questo punto, viene da dire, un solo grande errore ci attende al varco, ed è rifugiarci nella presunta (consolante) seminfermità mentale di Impagnatiello, come a dire che Giulia sta sotto una lapide solo per la sfortuna, deplorevole ma circoscritta, di aver incrociato sulla sua strada uno psicopatico, un Norman Bates sfuggito agli psichiatri di Senago. Eppure basta constatare, attoniti, che sulla scia dell’orrore è subito fiorito l’incredibile lenocinio di alcuni influencer che a capofitto hanno tentato di lucrare sul cadavere simulando che Giulia fosse una loro affezionata follower: è la truce conferma di quanto diffusa e profonda sia la radice di questo male, alimentato da una linda che scorre fra profili e account, lontano mille miglia dai corpi fisici, dalle emozioni provate, sentite, vissute da persone in quanto organismi biologici, non faccine sorridenti in un selfie. Hannah Arendt ci parlò della banalità del male, ed è un tema che potremmo aggiornare a 360 gradi in una “banalità del nor-male”, in cui tutto quanto ha finito per perdere spessori e volumi, appiattendosi nella miseria squassante di una ricerca su Google.