Se a non votare sono le donne
di Carmelo LopapaL’Italia della rassegnazione ha perso ogni fiducia nella classe dirigente di questo Paese. Che sia il presidente del Consiglio — che con una ciclicità ormai logora si avvicenda mediamente ogni due anni a Palazzo Chigi — o l’amministratore locale — i sindaci o i governatori che pure restano al loro posto per cinque anni — poco cambia. È una sfiducia, quella della quasi meta degli elettori fotografata ed analizzata dal sondaggio di Antonio Noto che trovate oggi nelle nostre pagine, che esonda e diventa adesso, drammaticamente, mancanza di speranza.
È qualcosa di molto simile, per certi versi, al convincimento maturato in tanti disoccupati di lungo corso che a un certo punto della loro vita un posto fisso o precario non lo cercano nemmeno più.
Non è disincanto, è oltre, è peggio. Vuol dire non fare affidamento ormai negli strumenti che una democrazia matura mette a disposizione di ogni cittadino per camb…
L’Italia della rassegnazione ha perso ogni fiducia nella classe dirigente di questo Paese. Che sia il presidente del Consiglio — che con una ciclicità ormai logora si avvicenda mediamente ogni due anni a Palazzo Chigi — o l’amministratore locale — i sindaci o i governatori che pure restano al loro posto per cinque anni — poco cambia. È una sfiducia, quella della quasi meta degli elettori fotografata ed analizzata dal sondaggio di Antonio Noto che trovate oggi nelle nostre pagine, che esonda e diventa adesso, drammaticamente, mancanza di speranza.
È qualcosa di molto simile, per certi versi, al convincimento maturato in tanti disoccupati di lungo corso che a un certo punto della loro vita un posto fisso o precario non lo cercano nemmeno più.
Non è disincanto, è oltre, è peggio. Vuol dire non fare affidamento ormai negli strumenti che una democrazia matura mette a disposizione di ogni cittadino per cambiare le cose, per rendere le istituzioni e soprattutto il consesso civile migliori.
Una rischiosissima disaffezione che racconta tanto dell’Italia nella quale — forse non a caso — una destra tra le più reazionarie e novecentesche d’Europa è riuscita a conquistare il consenso maggioritario (dei votanti) per sedersi e dare le carte al tavolo del governo. E ora finanche alla guida delle amministrazioni comunali, un tempo — in buona parte del territorio nazionale — appannaggio delle coalizioni di centrosinistra. Non è così, non è più così. Una svolta, un tonfo sul quale la nuova segreteria del Partito democratico avrà tanto da riflettere, tanto da lavorare. Come? Comprendendo intanto chi sono “le cittadine e i cittadini”, per dirla come piace ai “democratici”, che popolano le statistiche del dissenso silenzioso.
Non hanno un nome, ma volti e storie facilmente riconoscibili. Volti e storie di donne, innanzitutto. Sono loro le principali “elettrici” del partito dell’astensione. Impressiona quel 48 per cento. In fondo, sono sempre loro — come dimostrano altri sondaggi — che più di altri hanno abbandonato in molti casi la ricerca del lavoro in una società priva di un welfare all’altezza di un Paese del G7. Come pure sorprende e non ha precedenti il fatto che a rinunciare a eleggere un proprio rappresentante perfino nelle Regioni e nei Comuni sia adesso (per buona metà) quella fascia media di impiegati, dipendenti ed anche imprenditori o professionisti che costituiscono la base larga dell’Italia che produce. E poi i giovani, tanti, troppi under 40 che identificano evidentemente la politica col potere, confondono l’amministrazione col malaffare, ritengono la democrazia solo una delle opzioni possibili. Una mappa che spiega anche perché a essere travolti dall’onda dell’astensionismo — altra novità conclamata dalle ultime tornate — ora sono i partiti dell’attuale opposizione, dal Pd al M5S.
Qualcuno a sinistra, appunto, dovrà pur farsi carico di rintracciarli, quei volti, uno per uno. Convincerli che non tutto è perduto. Che esistono anticorpi sani per sconfiggere il conservatorismo più estremo, il patriottismo più becero e che si può riportare l’Italia nel terzo millennio. Sul fronte economico, dell’equità sociale e dei diritti civili. C’è ancora una speranza, insomma, ma bisognerà recuperarla nel fondo delle urne. Senza quel gesto semplice eppure altissimo del votare sarà difficile che qualcosa possa cambiare, che il nostro possa diventare un Paese davvero migliore.