Tutto è già stato detto, ma alla banalità del male che ora dopo ora squaderna i suoi argomenti forse non è inutile opporre la banalità del buon senso. Nessuna teoria, nessun argomento ideologico buono solo ad armare opposti eserciti e confermarli nelle loro, chiamiamole così, posizioni. Niente di tutto quello di cui si nutre il quotidiano dibattito sui social, in tv. Solo qualche semplicissima considerazione elementare. Per punti, un elenco certamente incompleto.
Primo. Le leggi che prevengono e le sanzioni che puniscono la violenza di genere servono ma non bastano. Con evidenza. Nessun omicida è fermato dal pensiero della pena che lo attende. È una verità eterna, lo scriveva Shakespeare in Lo stupro di Lucrezia. Il …
Tutto è già stato detto, ma alla banalità del male che ora dopo ora squaderna i suoi argomenti forse non è inutile opporre la banalità del buon senso. Nessuna teoria, nessun argomento ideologico buono solo ad armare opposti eserciti e confermarli nelle loro, chiamiamole così, posizioni. Niente di tutto quello di cui si nutre il quotidiano dibattito sui social, in tv. Solo qualche semplicissima considerazione elementare. Per punti, un elenco certamente incompleto.
Primo. Le leggi che prevengono e le sanzioni che puniscono la violenza di genere servono ma non bastano. Con evidenza. Nessun omicida è fermato dal pensiero della pena che lo attende. È una verità eterna, lo scriveva Shakespeare in Lo stupro di Lucrezia. Il figlio del re pretende la moglie di un suo sottoposto. "La mia voglia ha più armi della ragione. Temere le leggi mortali dei vecchi è come spaventarsi di un dipinto". Le leggi mortali, persino per chi le conosce e non è detto che siano moltitudini, non fermano l'istinto di possesso, di dominio. Se l'omicida di Giulia Tramontano dopo averla accoltellata a morte, lei e il figlio da nascere, pensa e persino dice, scrive "ora sono libero" o non conosce la legge o non la teme, non la pensa. E no, non è quel caso specifico, non è la storia o la condizione di uno a spiegare questa cecità. L'assenza del timore delle conseguenze vale per laureati e illetterati, per deprivati e agiati, per stranieri e indigeni: vale sempre. Non è nemmeno follia, come tante volte sciattamente si scrive e si dice. Non sono folli ammesso che esista, una simile categoria omogenea: che abbia senso derubricare a follia quel che appartiene in qualche percentuale al sentire profondo di ciascuno ma che non sappiamo o non vogliamo nominare.
Dunque, secondo. Se l'istinto - in assenza delle leggi di gravità sociale - è il prevalere del più forte sul più debole, se le leggi non bastano a contenerlo allora serve la società, appunto. Servono l'istruzione, la cultura che forma il sentire comune, serve una radicata e formidabile censura sociale che insorga ogni volta che un uomo alza una mano su una donna e che paralizzi il tempo, lo fermi in un coro di sdegno. Come se fosse la peggiore delle sconcezze, un tabù - come, poniamo, il cannibalismo nei Paesi d'Occidente. È così? Non proprio. Provate a pensare cosa accadrebbe se "al posto di donne uccise dagli uomini si trattasse di impiegati uccisi dai loro datori di lavoro", scrive Despentes nel suo ultimo romanzo intitolato, ad onta dei benpensanti, Caro stronzo. Se ogni due giorni un impiegato fosse accoltellato strangolato o fatto a pezzi in ufficio, dopo aver timbrato il cartellino, così, imprevedibilmente, oggi questo domani quello, del resto si sa che capita, è un rischio, lo conosci da bambino, devi imparare a difenderti. Oppure provate a pensare il contrario: se ogni due giorni un dipendente uccidesse il suo datore di lavoro. Sempre perché capita, può succedere no? Imprenditori sterminati in ufficio da impiegati malcontenti, continuamente. Sarebbe uno scandalo nazionale, insorgerebbero le categorie, si fermerebbe la produzione, il Paese. Che siano uomini ad uccidere donne, sovente donne con cui hanno o hanno avuto una relazione sentimentale, è invece tutto sommato sopportato. In fondo compreso. Si condanna certo, si punisce il delitto. Ma in fondo, in qualche zona oscura del corpo sociale, in un luogo innominato fra la cistifellea e la milza collettiva, si comprende - quell'istinto padronale.
Difatti, terzo. Da secoli le nonne e le madri insegnato alle bambine a difendersi. Ci sono favole dalla buonanotte, canzoncine. Il lupo cattivo e cappuccetto rosso, il gatto e la topolina vanitosa. In tutte le culture c'è una fiaba che insegna che il predatore, se non stai in guardia, ti mangerà. Si sa, intendo dire, che non esistono gatti vegetariani. La regola è questa: ci sono prede e predatori. Le donne sono preda, ovvio. Sono più deboli, del resto. Elena Stancanelli ha scritto un bellissimo articolo sulla paura: ci hanno insegnato che gli uomini, oggi, hanno paura delle donne per quanto indipendenti e assertive sono diventate. Violano la legge di natura, fanno spavento. Dobbiamo essere più docili se non vogliamo essere aggredite (o abbandonate, ma questa è un'altra storia). Ma no, quella degli uomini non è paura: è viltà, vigliaccheria, è una infinita gamma di debolezze mascherate. Sono le donne ad avere davvero paura: di essere stuprate nel sottopassaggio, picchiate a morte dentro casa. Allora difendetevi, dicono là fuori. Imparate a difendervi. Prima di tutto non provocate. Vestite abiti consoni, coprite la testa. Non aizzate l'istinto. Imparate le arti marziali e portate lo spray nella borsa.
Ma no, invece, quarto. Imparate voi a contenere l'impulso. Che cos'è? Incontinenza, come la pipì dei neonati e dei vegliardi, un deficit fisico ineludibile? Niente affatto. È un comportamento: imparate voi a trattenere le mani, insegniamolo noi. Noi collettività, corpo sociale. Non sono le donne a doversi difendere, sono gli uomini a non dover aggredire. È semplicissimo, elementare.
Però, quinto e ultimo.
Quando Mauro Biani disegna una vignetta in cui un maschio bianco adulto e ben vestito dice a una donna, stringendola al muro: "Ho un problema col possesso, col tollerare la frustrazione, con il controllo dell'impulso. Però tranquilla: ti amo" dice qualcosa che riguarda (anche) le donne. Il sé grandioso femminile, quella presunzione che fa loro pensare, sovente: io ce la farò, ti guarirò. Oppure, più comunemente, replica quell'antico precetto: "Loro" sono fatti così, è la loro natura, basta non provocarli, assecondarli. Devi sopportare in cambio dell'amore, no? Si chiama amore? La gelosia, la furia ma poi scusa, la prepotenza e poi le rose? È una questione delicatissima, ma anche le donne che tollerano con indulgenza e a volte con compiacimento un uomo violento "perché in fondo mi ama" hanno una parte di responsabilità. E anche in questo caso: è una questione di cultura condivisa. Di educazione. Bisogna spiegare alle bambine, fin dall'asilo: non è normale che lui strilli e tu taccia per non farlo strillare di più, che lui faccia a botte in cortile e tu gli metta un cerotto. Non va affatto bene. C'era una pubblicità, anni fa, che diceva: "L'unico modo per cambiare un fidanzato violento è cambiare fidanzato". È così. Non servono lo spray, la seconda o dodicesima occasione. Bisogna metterli alla porta, quando alzano le mani o la voce. Tutte, subito, in coro. Ci vuole tempo a impararlo, lo so. È una strada lunga. Ma più tardi si comincia più tardi ci si salva. Ogni giorno perso sono tre Giulia in meno. Muoviamoci.