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Sentieri di guerra e pace

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Il cardinale Zuppi inviato dal Papa a Kiev per cercare la fine della guerra. Intanto l'Ucraina lancia la controffensiva
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Le grida di battaglia e i tentativi di pace si sovrappongono e stridono nella cacofonia della guerra della Russia all’Ucraina, dove è sempre più arduo distinguere tra verità e menzogna, tra informazione e disinformazione.
La missione a Kiev dell’emissario vaticano, il cardinale Matteo Zuppi, è cominciata quasi in contemporanea con l’apparente inizio della tanto attesa controffensiva ucraina. Annunciata dai russi, con una dichiarazione ufficiale del portavoce del ministero della Difesa sottolineata dalle tonitruante invettiva del wagneriano Prigozhin, e subito derubricata dalle fonti ucraine come “disinformazione”. Un copione ormai consueto in questa guerra che si combatte sui media, soprattutto i social, quanto sul terreno, ormai esteso perché il fronte è esondato in Russia.


Nella contrapposizione tra guerra e pace, il frastuono delle armi supera di gran lunga il bisbiglio delle preghiere dell’inviato …

Le grida di battaglia e i tentativi di pace si sovrappongono e stridono nella cacofonia della guerra della Russia all’Ucraina, dove è sempre più arduo distinguere tra verità e menzogna, tra informazione e disinformazione.
La missione a Kiev dell’emissario vaticano, il cardinale Matteo Zuppi, è cominciata quasi in contemporanea con l’apparente inizio della tanto attesa controffensiva ucraina. Annunciata dai russi, con una dichiarazione ufficiale del portavoce del ministero della Difesa sottolineata dalle tonitruante invettiva del wagneriano Prigozhin, e subito derubricata dalle fonti ucraine come “disinformazione”. Un copione ormai consueto in questa guerra che si combatte sui media, soprattutto i social, quanto sul terreno, ormai esteso perché il fronte è esondato in Russia.


Nella contrapposizione tra guerra e pace, il frastuono delle armi supera di gran lunga il bisbiglio delle preghiere dell’inviato di Francesco. Peraltro accolto con un certo distacco dal portavoce del ministero degli Esteri di Kiev, che delimita il perimetro dell’azione diplomatica agli “sforzi del Vaticano nell’aiutarci a riportare a casa i bambini portati illegalmente e forzatamente in Russia”. Mentre lo stesso portavoce lancia una velata frecciata polemica con l’invito a Zuppi a “cogliere l’opportunità per il Vaticano di vedere da vicino la realtà della guerra di aggressione della Russia”.


È evidente che l’incontro a quattr’occhi con il Papa non ha dissipato i dubbi di Zelensky su un’ambiguità di fondo della posizione di Francesco, quell’equidistanza (o equivicinanza) che secondo il presidente ucraino nasconde un desiderio di mantenere vivi i rapporti con la Chiesa ortodossa russa e con quel patriarca Kirill, che dall’abbraccio a Cuba nel 2016 in poi il Papa ha sperato potesse essere il ponte per il tanto agognato viaggio a Mosca. Ed è invece diventato il promotore spirituale della cosidetta “operazione militare speciale”. Ad azzoppare ancor più la missione dell’emissario vaticano è arrivato il niet del portavoce del Cremlino all’ipotesi di un incontro di Zuppi con Putin.


Per gli ucraini l’unica base per un negoziato, come ha ribadito il portavoce del ministero degli Esteri nel suo freddo benvenuto a Zuppi, è “la formula in 10 punti di Zelensky, con lo scopo di portare una pace giusta e duratura in Ucraina”. E semmai deve esserci un mediatore Kiev sembra individuarlo piuttosto nella Cina, che è certamente più in grado del Vaticano di fare pressioni su Putin. Gli Stati Uniti sembrano essere della stessa idea. Di che altro può aver parlato il capo della Cia Bill Burns, l’uomo cui Biden affida le missioni impossibili, nel suo viaggio segreto a Pechino se non della guerra da stoppare in Ucraina (e di quella da non cominciare a Taiwan)?


Ma per arrivare a una “pace giusta e duratura in Ucraina” occorre prima continuare la guerra per conquistare posizioni su terreno prima di congelarle, al ritorno dell’inverno, con un armistizio e poi (quanto poi è oggi impossibile prevederlo) discuterne in un negoziato diplomatico. E qui veniamo alla dicotomia guerra-pace di ieri, alle contrastanti enunciazioni su un’offensiva ucraina che sarebbe partita con un attacco in grande scala nella regione di Donetsk, respinto dai russi con forti perdite da parte ucraina. Kiev ha liquidato il tutto come “disinformazione”. E ha fatto seguire il solito assordante silenzio. Però a confermare le dichiarazioni del portavoce del ministero della Difesa di Mosca e del capo dei “volontari” filo-russi di Donetsk ci sono non soltanto le invettive di Prigozhin, l’ex “cuoco di Putin” diventato macellaio con i mercenari della Wagner, contro il ministro della Difesa Shoigu e il capo di stato maggiore Gerasimov (“Venite al fronte con la pistola”) per la ritirata russa da Berkhivka e l’avanzata ucraina a Klishchivka. Ma soprattutto ci sono fonti americane, che hanno le foto dei satelliti e confermano che sul fronte c’è qualcosa di nuovo. Che sia l’inizio della controffensiva vera e propria o piuttosto un tentativo di saggiare la resistenza russa, al momento è difficile dirlo. D’altronde il video dei soldati ucraini che fanno il segno del silenzio, postato dal ministero della Difesa sui social, è l’icona di una strategia che mira a logorare i nervi sempre più scoperti dei russi.


Con questi nervi scoperti Putin deve cominciare a fare i conti. I lavori di maquillage, compreso quello di chiamare la guerra un’ “operazione militare speciale” non bastano più. E neppure l’aiuto dei suoi sodali, quei boiardi di stato legati a lui da una complicità mafiosa che li ha resi straricchi. Come i capi di Gazprom, che hanno creato milizie private con nomi fantasiosi (“Batalion Fakel”, “Batalion Potok”), pur di evitare allo zar di indire una nuova mobilitazione. La gente, anche quella delle province lontane imbottita di fake news dalla tv di regime, comincia a capire la verità. Quando una pioggia di droni ucraini arrivò qualche giorno fa su Rublyovka, quartiere residenziale dell’élite moscovita, gli abitanti di Shebekino, la cittadina russa al confine con l’Ucraina semi-distrutta ed evacuata dopo gli attacchi dei ribelli anti-Putin, non hanno nascosto la loro vendicativa soddisfazione: finalmente la guerra, non l’”operazione speciale”, la sente anche la nomenklatura e i suoi figli imboscati.