La Questura di Verona è stata un centro di tortura con insegne di Stato. Dove un'umanità battezzata di serie B - tossici, ladruncoli, piccoli spacciatori, migranti di assortite origini, senza tetto - veniva "trattata" dal sadismo degli uomini e delle donne del reparto Volanti. Che, fino a quando non sono stati messi nelle condizioni di non poter più nuocere, hanno inflitto alle loro vittime ogni possibile variante di violenza fisica e psicologica. Percosse, bagni nell'urina, spray urticante negli occhi e nel retto. Una Sodoma in divisa, alimentata anche, scrivono i magistrati, da "odio razziale". Tale da rianimare l'incubo della caserma Levante dei carabinieri di Piacenza. E in cui - documentano ancora gli atti di indagine - i poliziotti si muovono come assolute carogne. Abusano del loro potere, falsificano atti di arresto, vanificano perquisizioni a carico di boss albanesi che trafficano armi e pure sarebbero una minaccia alla sicu…
La Questura di Verona è stata un centro di tortura con insegne di Stato. Dove un'umanità battezzata di serie B - tossici, ladruncoli, piccoli spacciatori, migranti di assortite origini, senza tetto - veniva "trattata" dal sadismo degli uomini e delle donne del reparto Volanti. Che, fino a quando non sono stati messi nelle condizioni di non poter più nuocere, hanno inflitto alle loro vittime ogni possibile variante di violenza fisica e psicologica. Percosse, bagni nell'urina, spray urticante negli occhi e nel retto. Una Sodoma in divisa, alimentata anche, scrivono i magistrati, da "odio razziale". Tale da rianimare l'incubo della caserma Levante dei carabinieri di Piacenza. E in cui - documentano ancora gli atti di indagine - i poliziotti si muovono come assolute carogne. Abusano del loro potere, falsificano atti di arresto, vanificano perquisizioni a carico di boss albanesi che trafficano armi e pure sarebbero una minaccia alla sicurezza pubblica, ma che controllano gli ingressi dei locali dove gli agenti delle Volanti - che loro chiamano "i ballerini" - entrano e bevono gratis. E dunque se la cavano.
Ma quel che è peggio è che il campionario di torture non ha come teatro qualche buio anfratto della città, o un clandestino "garage Olimpo". Ma i trasparenti locali della Questura. La "stanza fermati", costruita con pareti di plexiglass, perché tutti possano vedere cosa accade all'interno. Perché nessuno possa dire "non c'ero", "non ho sentito", "non ho visto". E per questo battezzata "l'acquario", dove i malcapitati fermati che vi nuotano all'interno, come in un ristorante cinese, sono i pesci vivi da afferrare e servire à la carte. Carne umana da conciare per le feste e offrire al ludibrio degli astanti. Che è quel che accade a un povero senza tetto obbligato a urinare nell'acquario e quindi costretto a farsi straccio per asciugare con la sua pelle e i suoi vestiti il proprio piscio. Perché, del resto, gli abusi commessi dai poliziotti non sono vissuti come un segreto da proteggere, come l'ombra inconfessabile di un mestiere molto difficile a contatto con una umanità altrettanto difficile, ma sono momenti di narcisismo cameratesco, di esibizionismo e ilarità a beneficio anche delle fidanzate.
In Questura si tortura e tuttavia - se dobbiamo stare alle carte dell'inchiesta - in Questura si dorme. A quanto pare, di nulla si accorge il questore di allora, Ivana Petricca (avvicendata nell'aprile scorso e trasferita all'ufficio risorse umane del Viminale), cade dal pero il suo Gabinetto, pensa ad altro o guarda altrove la funzionaria responsabile del reparto Volanti, dormono o fingono di non vedere e non sentire tutte le altre articolazioni di quell'edificio che non ha esattamente le dimensioni di Versailles. E dove dunque diventa difficile credere che i pestaggi sistematici nell'acquario non siano mai diventati neppure una confidenza da bar tra colleghi. Già, in Questura si tortura ed è solo grazie a un caso (un'intercettazione disposta dalla Procura di Verona a carico dei trafficanti di armi albanesi che si scoprirà protetti dagli agenti delle Volanti) che il verminaio viene alla luce.
Sarà un giudice penale che accerterà fin dove la catena delle complicità e la congiura del silenzio arrivavano. Perché la responsabilità penale è personale e un giudizio penale si costruisce con le prove. Ed è un fatto che sia stato il capo della Polizia accompagnato anzitempo alla porta dal governo, il prefetto Lamberto Giannini, nella primavera del 2022, quando l'indagine sui poliziotti prese le mosse, a impegnare per 8 mesi ogni risorsa investigativa necessaria perché la Polizia facesse pulizia al suo interno disponendo, prima ancora che arrivassero gli arresti, 23 trasferimenti (come del resto aveva fatto a Roma, nel quartiere Primavalle, dove un disabile era volato giù dalla finestra durante la perquisizione degli agenti del commissariato). Ma questo, purtroppo per il Paese e per la Polizia di Stato, per le sue migliaia di agenti che servono con onore e lealtà ogni giorno, non è sufficiente. Le parole con cui il nuovo capo della Polizia, Vittorio Pisani, ha voluto ringraziare la Procura di Verona e contestualmente sottolineare che "la levatura morale della Polizia consente di affrontare questo momento con dignità e compostezza" non segnalano infatti né al Paese, né al corpo della Polizia, il tema che questa vicenda riporta prepotentemente al centro dell'agenda. Che è semplice da dire, se solo si ha la voglia e il coraggio di farlo. E comunque se non si è figli della cultura del corpo che ha prodotto lo scempio di Verona. Questa: che se è vero che non esiste un'emergenza democratica delle forze dell'ordine del nostro Paese, esiste un tema di contagio in atto tra la cultura autoritaria, xenofoba, refrattaria ai diritti, che percorre il Paese e gli uomini e le donne chiamati a difenderne l'integrità e la sicurezza. Per difendersi da questa peste non basta dire "la Polizia è democratica e ce la farà". Che passerà la nottata. O, peggio, rifugiarsi nella retorica stucchevole delle "mele marce". È necessaria una manutenzione democratica quotidiana della Polizia, che passa attraverso la formazione, il reclutamento, la tolleranza zero di ogni devianza, la scelta dei dirigenti. Che a tutti ricordi che si è fedeli alla Repubblica e alla sua Costituzione, non al contesto politico di chi governa e alle sue parole d'ordine ora scomposte e talvolta oscene.