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Oceano, ricchezza da salvare

L'8 giugno è la Giornata mondiale di un bene che genera attività economiche per 5.2 mila miliardi di dollari. E il capitale naturale "blu" ne vale 24mila miliardi
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L'8 giugno è la giornata mondiale dell’Oceano. È di fondamentale importanza celebrarla per creare consapevolezza sull’importanza della sua conservazione. Purtroppo, da diversi decenni, gli ecosistemi marini e costieri sono sottoposti a numerose pressioni antropiche e, come il clima e la biodiversità, stanno affrontando una profonda crisi ambientale. Non serve ricordare lo sversamento di petrolio causato dall’esplosione della diga di Kakhovka in Ucraina nei giorni scorsi.


L’oceano assorbe oltre il 30% di anidride carbonica e circa il 90% del calore atmosferico, regolando il clima del nostro Pianeta. Il valore delle attività economiche generate grazie all’oceano è stimato in 5,2 mila miliardi di dollari, equivalente alle dim…

L'8 giugno è la giornata mondiale dell’Oceano. È di fondamentale importanza celebrarla per creare consapevolezza sull’importanza della sua conservazione. Purtroppo, da diversi decenni, gli ecosistemi marini e costieri sono sottoposti a numerose pressioni antropiche e, come il clima e la biodiversità, stanno affrontando una profonda crisi ambientale. Non serve ricordare lo sversamento di petrolio causato dall’esplosione della diga di Kakhovka in Ucraina nei giorni scorsi.


L’oceano assorbe oltre il 30% di anidride carbonica e circa il 90% del calore atmosferico, regolando il clima del nostro Pianeta. Il valore delle attività economiche generate grazie all’oceano è stimato in 5,2 mila miliardi di dollari, equivalente alle dimensioni di economie quali Germania e Giappone. Ancora più importante, il capitale naturale “blu”, ossia l’insieme di risorse marine rinnovabili e non rinnovabili, è stato valutato nell’ordine di 24 mila miliardi di dollari. Queste risorse includono molteplici elementi difficili da misurare: le diverse specie viventi, i minerali che si trovano sui fondali oceanici, la barriera corallina, le maree e le correnti. Il valore di alcuni di questi elementi è poi il risultato di forme di interdipendenza, come nel caso delle balene e del fitoplancton. I grandi cetacei contribuiscono a sequestrare il carbonio e a mantenere l’equilibrio climatico degli oceani. Mediante il ciclo trofico le balene alimentano il fitoplancton, un insieme di microrganismi che cattura ogni anno circa il 40% della CO2 prodotta; il lavoro svolto da una quantità di alberi pari a 4 volte la superficie della foresta Amazzonica. Proteggere le balene significa salvaguardare la capacità dei mari di contribuire alla stabilità climatica. Nonostante il valore del capitale naturale blu non sia ancora riconosciuto come un asset economico, la sua importanza è inestimabile e se l’oceano dovesse smettere di svolgere le proprie funzioni, le conseguenze per la nostra vita e per l’equilibrio ambientale sarebbero drammatiche.


Negli ultimi decenni la temperatura superficiale dell’oceano è cresciuta significativamente; il livello di acidità è aumentato del 30% circa e si prevede che possa crescere ancora del 100-150% entro la fine del secolo. La quantità di petrolio sversata negli ecosistemi marini è ancora elevatissima; inoltre, nel solo 2021 sono finite in mare circa 17 milioni di tonnellate di plastica, una cifra destinata a raddoppiare entro il 2025 se non si definiscono efficaci contromisure. Ancora, l’eutrofizzazione causata dall’abuso di fertilizzanti in agricoltura che finiscono negli ecosistemi marini ne compromette la salute e la vitalità. Da ultimo il depauperamento delle risorse ittiche a causa della pesca industriale. Appare dunque necessario portare all’attenzione delle imprese e della comunità finanziaria la questione della conservazione dell’oceano, per favorire la crescita di consapevolezza sugli effetti diretti e indiretti delle nostre attività economiche, e per mettere in atto risposte adeguate.


La nuova ricerca realizzata da One Ocean Foundation, con la collaborazione di SDA Bocconi, McKinsey & Company e CSIC, ha analizzato i comportamenti di oltre 2400 imprese in 20 Paesi, appartenenti a 17 settori industriali passando in rassegna oltre 300 mila pagine di documenti grazie all’uso dell’Intelligenza Artificiale. Dallo studio emerge che il livello di consapevolezza della comunità industriale circa la sostenibilità dei mari è ancora limitato, anche se si nota un consolidamento rispetto al passato. Nel confronto con gli altri 17 obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile, quello relativo all’oceano rimane uno tra i più trascurati. Tuttavia, oltre metà delle aziende campione è consapevole delle pressioni esercitate sull’ecosistema marino. Questo dato appare rilevante, soprattutto considerando che la maggior parte dei settori dell’analisi non opera nell’oceano, ma sulla terraferma. La ricerca ha poi approfondito alcuni temi. All’aumentare del livello di attenzione, cresce l’attivazione di risposte concrete, che vanno dall’introduzione di politiche specifiche per la protezione dell’habitat marino, fino allo sviluppo di prodotti e processi a basso impatto. Più le imprese diventano mature, più leggono questa sfida come un’opportunità per lo sviluppo di nuove soluzioni in grado di generare valore. Ad esempio, nuove tecnologie per prevenire gli sversamenti di inquinanti, nuovi materiali e nuovi combustibili più puliti, l’utilizzo del mare per la produzione di energia, la conservazione degli ecosistemi marini per sequestrare la CO2, le soluzioni digitali a supporto del monitoraggio della salute dell’oceano.


Per affrontare con successo questa sfida, per quanto sia necessario avere alle spalle la spinta di trattati internazionali e di normative cogenti, è essenziale coinvolgere le imprese e la comunità finanziaria, così come avviene per la questione climatica. Solo avviando questo percorso potremo aumentare la resilienza del nostro Pianeta e promuovere un futuro più sostenibile.

L’autore è direttore di FT MBA, SDA Bocconi e presidente del comitato scientifico di One Ocean Foundation