Ce la farà Giorgia Meloni? Ce la farà, chiedo, a spogliarsi dal linguaggio e dalle reazioni di una capo partito, usati fin qui con gran vigore, per calarsi nel ruolo del capo di governo di un grande Paese industriale di area euro-occidentale? Per rivolgersi nelle sue azioni e nei discorsi a tutti i cittadini - simpatizzanti e no - e non solo ai suoi potenziali elettori? A non definire più le tasse "pizzo di Stato" per assicurarsi il voto dei piccoli commercianti? A non prestarsi più a una pseudo conferenza-stampa senza uditorio perché le domande ostili dei giornalisti la irritano? A capire che se contiamo poco in Europa è un guaio con il nostro debito mostruoso?
La presidente Meloni ripete spesso di poter contare su una prospettiva di cinque anni. Non è impossibile che la sua ipotesi s'avveri. Il suo predecessore Silvio Berlusconi si trovò una volta in una situazione simile disponendo di una obbediente maggior…
Ce la farà Giorgia Meloni? Ce la farà, chiedo, a spogliarsi dal linguaggio e dalle reazioni di una capo partito, usati fin qui con gran vigore, per calarsi nel ruolo del capo di governo di un grande Paese industriale di area euro-occidentale? Per rivolgersi nelle sue azioni e nei discorsi a tutti i cittadini - simpatizzanti e no - e non solo ai suoi potenziali elettori? A non definire più le tasse "pizzo di Stato" per assicurarsi il voto dei piccoli commercianti? A non prestarsi più a una pseudo conferenza-stampa senza uditorio perché le domande ostili dei giornalisti la irritano? A capire che se contiamo poco in Europa è un guaio con il nostro debito mostruoso?
La presidente Meloni ripete spesso di poter contare su una prospettiva di cinque anni. Non è impossibile che la sua ipotesi s'avveri. Il suo predecessore Silvio Berlusconi si trovò una volta in una situazione simile disponendo di una obbediente maggioranza di circa cento voti. Avrebbe potuto avviare riforme fondamentali ma non fece nulla. Per incertezza o per disinteresse. L'uomo sedeva a Palazzo Chigi soprattutto per badare ai propri interessi. Per la presidente Meloni non è così. Lei ha un'idea politica, lei è cresciuta con e in una formazione politica. Ora però, dovrebbe capire che il registro politico di quegli inizi è cambiato. Un conto è fare promesse elettorali, uno molto diverso governare. Ha confessato lei stessa, d'altronde, che da quando siede a Palazzo Chigi ha dovuto ri-considerare certi traguardi essendosi resa conto che sono più complicati di quanto la foga dialettica poteva farli apparire dall'opposizione. C'è di più; come Ezio Mauro ha fatto notare in un recente editoriale, questo governo ha una caratteristica inedita rispetto al precedenti. Non vuole solo occupare dei posti, nel sottogoverno, alla Rai, dovunque, come tutti hanno sempre fatto, l'ambizione è di cambiare la "narrazione" imporre cioè degli homines novi per affermare un cambio che sia anche "culturale". Il modo grossolano per esprimere questa intenzione è "liberare la cultura dall'oppressione che ha subito negli ultimi 70 anni"; è stata pronunciata più volte in discorsi e interviste ma sono parole da comizio. Nessuno ha mai oppresso nessuno nell'Italia repubblicana; se c'è stato un predominio della sinistra in certi campi è solo perché dall'altra parte c'era il vuoto.
Un discorso serio sarebbe semmai cercare di capire da che cosa dipendesse, quel vuoto. Il modo più appropriato e meno vittimistico, meno teatrale, sarebbe far riemergere una cultura conservatrice, dunque non il fascismo ma alcuni nomi trascurati, alcuni filoni di pensiero non sufficientemente approfonditi. La presidente Meloni, per esempio, sembra rivendicare con insistenza nei suoi interventi l'uso della parola nazione. Il termine è scivoloso, va maneggiato con cura, certo non basta a renderlo più rassicurante l'approssimativa (e incompleta) citazione di Ernest Renan. La patologia di nazione è il nazionalismo, la memoria dei disastri che questo ha provocato è troppo recente per giocarvi senza prendere le necessarie cautele. C'è invece un'altra parola importante sulla quale si potrebbe, tutti insieme, tornare a riflettere: patria. Sulla patria la sinistra ha commesso uno dei suoi errori più gravi. Mescolando patria e nazione, dopo il trauma della guerra e dell'occupazione, ha lasciato al neofascismo l'uso esclusivo di un sentimento che deve invece appartenere a tutti come decine di patrioti hanno scritto sia nell'Ottocento sia nelle prigioni nazifasciste poco prima di essere uccisi. Far di nuovo circolare quella parola è stato l'insegnamento del presidente Ciampi e di Enrico Berlinguer, il primo a sinistra a chiamare patria la patria.
Ce la farà Giorgia Meloni a sollevarsi dalla polemica spicciola? Dal sostanziale appoggio a piccoli e grandi evasori, dalla cura ostinata di quella fiammella nel simbolo che richiama un tragico passato mussoliniano? Dall'alleanza con un nemico della democrazia e dell'Europa come Viktor Orbán?
Lei e il suo governo hanno davanti enormi possibilità e grandi problemi. Recuperare anche solo una parte dei 90 miliardi evasi ogni anno, significherebbe poter migliorare un sistema sanitario sovraffaticato, aiutare concretamente le donne che lavorano con un possibile slancio per una curva demografica spaventosamente depressa. Si perderebbero dei voti con una politica del genere? È probabile. Sicuramente però se ne guadagnerebbero altri; voti buoni, recuperati dall'astensionismo, i voti delle classi borghesi e operaie che pagano le tasse e soffrono nel vedersi derubati da chi evade e pretende gli stessi benefici di chi fa invece il suo dovere. C'è uno spazio politico al centro dopo l'uscita dalla scena pubblica di Berlusconi. Una decisa azione di recupero opportunamente pubblicizzata (gli strumenti certo non mancano) piacerebbe anche a molti che non hanno votato per lei, parecchie persone vedrebbero in Giorgia Meloni non più la "ducetta", come è stata sarcasticamente soprannominata, ma una leader conservatrice moderna sul modello Thatcher o Merkel.
C'è un intero Paese da ammodernare, una giustizia divenuta ingiusta per organici carenti e procedure farraginose; una scuola con inquietanti percentuali di abbandono; una pubblica amministrazione spesso di competenza inadeguata; abbiamo, tragicamente, intere province sottratte alla legalità repubblicana. Impegni di enorme portata, difficili da affrontare. Per aggredirli sono necessari una buona dose di tempo, una maggioranza che abbia voglia di seguire la rotta. Giorgia Meloni, al momento, ha sia l'una sia l'altra.
La domanda torna quindi su di lei: sarà all'altezza? Ce la farà?