Clima, che cosa ci insegna quel cielo sopra New York
di Chiara ValerioGli incendi sono in Canada, ma negli Stati Uniti orientali il cielo è rosso, è giallo, è di un colore che, di solito, non è quello del cielo. Questo perché il mondo è uno e uno solo nonostante ci affanniamo a dividerlo in Stati e confini, a voler dire che a ogni Stato e ogni confine corrispondano una lingua e un sangue, e chi non possiede quella lingua e quel sangue, anche se non fa paura, è diverso.
Marguerite Yourcenar - di cui l'8 giugno ricorrevano i centoventi anni dalla nascita - ha scritto in un libro intitolato Archivi del Nord, pubblicato in Italia da Einaudi, nella traduzione di Graziella Cillario "noi non siamo di qui", noi partiamo domani.
Che è la condizione degli esseri umani, la nostra, che, in quanto animali, ci spostiamo. Per senso dell'avventura o per sopravvivenza. Ci spostiamo, invero, anche quando abbiamo un problema che col mondo grande, vasto e largo non ha a che fare, ma una sofferenza …
Gli incendi sono in Canada, ma negli Stati Uniti orientali il cielo è rosso, è giallo, è di un colore che, di solito, non è quello del cielo. Questo perché il mondo è uno e uno solo nonostante ci affanniamo a dividerlo in Stati e confini, a voler dire che a ogni Stato e ogni confine corrispondano una lingua e un sangue, e chi non possiede quella lingua e quel sangue, anche se non fa paura, è diverso.
Marguerite Yourcenar - di cui l'8 giugno ricorrevano i centoventi anni dalla nascita - ha scritto in un libro intitolato Archivi del Nord, pubblicato in Italia da Einaudi, nella traduzione di Graziella Cillario "noi non siamo di qui", noi partiamo domani.
Che è la condizione degli esseri umani, la nostra, che, in quanto animali, ci spostiamo. Per senso dell'avventura o per sopravvivenza. Ci spostiamo, invero, anche quando abbiamo un problema che col mondo grande, vasto e largo non ha a che fare, ma una sofferenza minima o immaginaria, anche dolce, un problema d'amore, per esempio.
Solo che se gli incendi sono in Canada e a New York e a Washington non si respira, che si sia o non sia di un posto, e che si parta domani, non ha più importanza, perché ci sarà una mascherina da indossare o una casa - per chi ce l'ha - nella quale riparasi.
Abbiamo indossato mascherine perché i vettori dell'infezione eravamo noi, adesso le mascherine servono perché il vettore dell'asfissia è esterno, e questo dovrebbe farci riflettere che non c'è differenza tra noi e il mondo tutto, si ammala il mondo e ci ammaliamo noi, ci ammaliamo noi e si ammala il mondo.
Il mondo siamo noi, e il mondo è noi. Chi lavora e studia i cambiamenti climatici vuole sottolineare questo. Che non esistono confini nei quali essere al sicuro. Che non si è sicuri nemmeno a casa propria o dietro la propria mascherina. Se il cielo su New York è rosso, ed è giallo su Washington e sfuma nella parte calda dello spettro del visibile, somiglia a un tramonto.
Allora il tramonto non riguarda il tempo, ma riguarda uno stato, è il tramonto di quell'Occidente che per gestire ha diviso, parcellizzato, creato gradazioni di vita, e sancito che l'unica differenza tra gli esseri umani è una differenza di classe. Che questo Occidente tramonti allora, e domani il giorno sia nuovo.
Quando Matthew P. Shiel, scrittore nato a metà Ottocento in quella parte del mondo conosciuto come i Caraibi anglofoni, le isole Leeward, scrive La nube purpurea (Adelphi, 1967, traduzione di J. Rodolfo Wilcock), che è la premonizione di una apocalissi, osserva una cosa che ci riguarda, e che sarebbe bene sempre avere a mente, e cioè la meraviglia nella tragedia.
E la possibilità, forti di questa meraviglia, di tramutare la tragedia in occasione di coscienza, e con questa coscienza, immaginare il cambiamento "(...) e così ogni volta che la vedo, ho l'impressione di un'opera d'arte perfettamente nuova, completamente affascinante, essendo appunto una delle qualità dell'opera d'arte questa capacità di suscitare per un attimo la certezza che ogni altra cosa immaginabile sarebbe per forza meno perfetta".