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Le passioni di una comunità

Elly Schlein a Bologna a RepIdee (ansa)

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Gli stipendi, lo sfruttamento sul lavoro, l'istruzione, l'educazione sono temi da cui la sinistra potrebbe ripartire
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La parte più interessante dei dibattiti arriva quando il dibattito finisce, lo insegna l’esperienza. Nel dibattito ogni relatore dice più o meno quel che ci si aspetta da lui, certo con notevoli eccezioni, ma è solo quando la comitiva degli oratori si scioglie che le persone fino a quel momento sedute ad ascoltare si avvicinano e obiettano, chiedono, aggiungono: vogliono discutere. Allora se hai tempo, se non c’è un treno da prendere, se le energie ti sorreggono è lì che fai notte: è lì che hai la fortuna di ascoltare, tanto più preziosa di quella del dire. Bologna in questo è insuperabile. I cotton fioc nel bagno dell’albergo sono contenuti in una confezione che porta stampata una frase dell’Amleto di Shakespeare. “A tutti porgi orecchio, a pochi voce”. Piccolo sorriso. A Bologna il dibattito di Repubblica delle Idee in piazza Maggiore si svolge sotto uno striscione issato sulla …

La parte più interessante dei dibattiti arriva quando il dibattito finisce, lo insegna l’esperienza. Nel dibattito ogni relatore dice più o meno quel che ci si aspetta da lui, certo con notevoli eccezioni, ma è solo quando la comitiva degli oratori si scioglie che le persone fino a quel momento sedute ad ascoltare si avvicinano e obiettano, chiedono, aggiungono: vogliono discutere. Allora se hai tempo, se non c’è un treno da prendere, se le energie ti sorreggono è lì che fai notte: è lì che hai la fortuna di ascoltare, tanto più preziosa di quella del dire. Bologna in questo è insuperabile. I cotton fioc nel bagno dell’albergo sono contenuti in una confezione che porta stampata una frase dell’Amleto di Shakespeare. “A tutti porgi orecchio, a pochi voce”. Piccolo sorriso. A Bologna il dibattito di Repubblica delle Idee in piazza Maggiore si svolge sotto uno striscione issato sulla facciata del Comune che dice “chi nasce in questa città è cittadino italiano”. Non nel resto d’Italia, qui: in questa città. Elly Schlein ha appena finito di parlare a lungo, la successiva discussione sul palco è appena terminata. Centinaia e centinaia di persone sono rimaste sedute sotto la pioggia, aperti gli ombrelli. Dopo sono venute in processione a dire, chiedere, aggiungere. Il luogo ideale per comprendere le attese – le istanze, direbbe un politico – del cosiddetto popolo della sinistra. Strenuo, indefesso, vitale e certamente concentrato qui più che altrove, in natura e geografia. Non sono molti i temi di cui vogliono parlare, sono quattro o cinque, si tengono in cerchio, sono noti ma forse non ancora abbastanza evidenti, così li riassumo qui.  Con una premessa.

La questione fascismo/antifascismo non si staglia come cruciale. Certo, i passaggi degli oratori sul pericolo di una destra-destra, una destra che arriva diritta dal secolo scorso, che del fascismo storico è figlia, strappa sempre l’applauso a queste latitudini. Lo strappano i richiami alla Costituzione, all’inviolabilità dei diritti della persona. Ma poi, nella discussione a margine che segue, giovani coppie e anziani coniugi vengono a dire che non c’è da stupirsi che la destra faccia la destra: questo è, si sapeva da prima. É stata votata, è democraticamente eletta. La questione non è confermarsi ciascuno nelle proprie convinzioni ma parlare “agli altri”: riuscire a raggiungere un elettorato che ha smesso di votare o che, per molte e diverse ragioni, ha scelto di votare Meloni e i suoi alleati. La questione, in sintesi, è avere una sinistra così nitida nella sua proposta, così convincente e persuasiva da ritrovare la maggioranza dei consensi. Quindi, suggerisce il pubblico elettore, mettere a fuoco quel che davvero preoccupa le persone comuni e costruire un’alternativa in grado di essere attraente, persuasiva, credibile, semplice da comprendere. Di seguito, quattro facili punti.

Gli stipendi, le condizioni di lavoro, le nuove forme di sfruttamento. L’istruzione ai tempi del web, la sua qualità, la sua relazione con il dominio assoluto della rete come fonte di conoscenza, la rete, il governo della tecnologia. L’educazione, quindi, in generale: l’idea di mondo, di diritti doveri e convivenza, che abbiamo in mente. Il mondo, la sua cura. Il cielo giallo di New York. Il pericolo. Quattro pericoli, anzi, uno fratello dell’altro. Come quei bambini nella foresta, che si sono salvati tenendosi per mano: guardandosi a vicenda.

Partiamo dal cielo giallo di New York che sembra il più remoto, il più astratto dei pericoli: la condizione ambientale, l’uso che facciamo del mondo in cui viviamo. Astratto, perché è più difficile pensare che se il cielo si oscura in America dipenda da noi che siamo in Emilia o dalla decisione di un governo europeo, uno solo. E invece è così. E’ anche così e i più giovani lo sanno benissimo. Non c’è stato un ragazzo, l’altra sera, che non abbia detto dipende da noi, dalle scelte economiche che facciamo, da quello che decidiamo di coltivare e di mangiare, dallo stile di vita, dall’acqua che consumiamo e come, da quanto investiamo della cura della terra. C’è stata l’alluvione, qui dietro. Sono stati, tanti di loro, a spalare il fango.

La considerazione del lavoro, poi. Ma lo sai quanto pagano per fare quello che facciamo qui in Belgio, in Germania, in Australia? Lo sai che non si torna più indietro, non si può, se si parte? E quindi come si fa a trattenere una generazione, le successive, se non si offre loro un lavoro che non sia sfruttamento. Un lavoro non precario, pagato il giusto, sicuro nel suo svolgersi, coerente coi costi della vita? Non è più grave l’esodo di chi è nato e cresciuto qui dell’arrivo di chi viene da altrove? O almeno: non è altrettanto insensato spingere all’espatrio che respingere chi approda?

Un insegnante guadagna 1500 euro, sono arrivate in capannello le professoresse. Non è forse l’educazione l’unico investimento che genera sicuro profitto? La conoscenza, la consapevolezza, la cittadinanza. E come si fa a sottopagare il mestiere più delicato e prezioso. In questo tempo, poi. In cui le costanti rivoluzioni della tecnologia rendono il sapere all’apparenza alla portata di chiunque: dal web, da casa, l’intelligenza artificiale. Come si fronteggia il pericolo del nuovo analfabetismo senza un progetto di lungo periodo, investimenti enormi, governo dei nuovi processi e massima considerazione di chi è chiamato a farlo?


Perché, e torniamo al tema del lavoro, le nuove tecnologie consentono anche nuove forme di sfruttamento: generano possibilità e fragilità insieme. Lo smart working figlio della pandemia, per esempio. Che sia lavoro da casa, o istruzione da casa. Era una necessità, certo. E’ diventato rapidamente un vantaggio economico per alcuni, una perdita di senso per tanti. Chi ci perde, chi ci guadagna? Chi pensa, politicamente, al futuro imminente. Il senso di comunità (e dunque i diritti della persona, ma anche i doveri che legano le persone tra loro) non si genera da solo. Si perde, anzi, se non lo si cura. Come si perde l’ossigeno nell’aria che si respira e la capacità della terra di generare frutti, se non si coltiva. Quindi la cura, di nuovo. Della terra in cui viviamo, del lavoro che facciamo, dell’indicazione di rotta che diamo, dei mezzi tecnologici che usiamo. La cura e il governo delle cose.

Questo, in sintesi, ho ascoltato in margine a una serata di dibattiti sul palco. E certo che sono violenti il linguaggio, brutale l’occupazione degli spazi, pessime le intenzioni democratiche di chi non ricorda che le tasse servono a dare a tutti educazione e cure mediche gratuite, per esempio. Certo che educazione e cure mediche potrebbero funzionare meglio, anche quando e dove governa la sinistra. Spiegare come, mostrarlo, farlo: opporre proposta a proposta. Ecco un programma interessante ma adesso si è fatto tardi, è ora di andare. Prendiamo nota così da non dimenticarlo, domani.