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Schlein, la ricetta per l'alternativa

Si possono elencare alcuni punti fermi: chiarire le proposte e selezionare le più efficaci; lasciare il più ampio possibile il mercato elettorale del Pd; sottrarre il partito al potere soffocante delle correnti
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Forse Elly Schlein, ospite a Repubblica delle idee, non immaginava di dover affrontare così presto la situazione da cui sono passati tutti i segretari del Pd: mugugni, pessimismo, sconfessioni. Questo non significa che la neosegretaria del Pd abbia fatto tutto bene, e la cosa vale ovviamente anche per i suoi predecessori, specie quelli finiti poi talvolta in coalizione con la destra.

Però, accettatelo per statistica se non per convinzione, resta un fatto: se da quando esiste il Pd non c'è leader che non abbia passato la fase del logoramento interno - e parliamo di segretari con storie e personalità diversissime - significa che c'è un problema strutturale. Qualcosa che non dipende né dalla bravura né dall'inclusività di chi guida, e meno ancora dall'orientamento, troppo a destra o troppo a sinistra.

Schlein ha parlato al festival bolognese di Repubblica in un momento delicato della sua leadership. Non si &e…

Forse Elly Schlein, ospite a Repubblica delle idee, non immaginava di dover affrontare così presto la situazione da cui sono passati tutti i segretari del Pd: mugugni, pessimismo, sconfessioni. Questo non significa che la neosegretaria del Pd abbia fatto tutto bene, e la cosa vale ovviamente anche per i suoi predecessori, specie quelli finiti poi talvolta in coalizione con la destra.

Però, accettatelo per statistica se non per convinzione, resta un fatto: se da quando esiste il Pd non c'è leader che non abbia passato la fase del logoramento interno - e parliamo di segretari con storie e personalità diversissime - significa che c'è un problema strutturale. Qualcosa che non dipende né dalla bravura né dall'inclusività di chi guida, e meno ancora dall'orientamento, troppo a destra o troppo a sinistra.

Schlein ha parlato al festival bolognese di Repubblica in un momento delicato della sua leadership. Non si è soffermata sulle questioni interne, ha cercato di rilanciare attaccando il governo sui suoi punti deboli, e sono tanti.

Schlein deve sicuramente prendere le misure a un ruolo complicato, la si può legittimamente criticare, lo statuto del Pd non è depositato a Mosca per fortuna, ma pretendere che faccia la segretaria come suggerivano i colleghi al poliziotto Jack Nicholson in Chinatown, facendo cioè "il meno possibile", non ha senso e cozza con il mandato che ha ottenuto alle primarie. Che è quello di cambiare a fondo il Pd.

Possibilmente senza invertire le decisioni di cui i dem possono andare fieri, come il sostegno pieno alla causa ucraina, che ha ribadito senza ambiguità a Bologna, o la lunga serie di scelte interne e no su cui il Pd ha tenuto vittoriosamente la posizione e sono casomai sovranisti e populisti, in testa Giorgia Meloni e Giuseppe Conte, ad aver cambiato bandiere e parole d'ordine a seconda della convenienza.

In più ci sono quelli che Schlein ha definito "i buchi di Meloni": "Non parlano di crisi climatica e nemmeno di precarietà". E sui migranti: "Cavalcano le paure ma le loro soluzioni stanno a zero". Sui nidi: "Non ce ne facciamo niente di una premier donna che non si impegna per le famiglie e nella costruzione dei nidi".

Nessuno può pensare che il Pd possa restare quello che è. Iscriversi ai dem significa assistere a uno scontro di cordate e l'unica scelta è tra parteciparvi o ritirarsi a vita privata. Un partito che non ha ricambio generazionale non ha futuro.

Illudersi che si possa saltare il passaggio della trasformazione interna, decisiva per riaprire il partito alla società, solo perché è meglio non toccare il fragile equilibrio su cui si regge il partito (tesi conservatrice), o perché alla gente non gliene frega nulla (tesi populista), o per puntare tutto sul rapporto diretto tra il leader e l'opinione pubblica (tesi massimalista), rischia di essere perdente in tutti i casi.

Qual è dunque la ricetta? Se ce ne fosse una certa e indiscutibile, si potrebbe vendere come i numeri al lotto di Wanna Marchi.

Si possono però elencare alcuni punti fermi e a Repubblica delle idee Schlein ha dato segnali: chiarire le proposte e selezionare le più forti ed efficaci (si è soffermata soprattutto su due temi: lavoro e sanità pubblica); lasciare il più ampio possibile il mercato elettorale del Pd, senza cullarsi sull'idea che i problemi di questi anni siano tutti riassumibili in un deficit di sinistra (ma Schlein ha detto giustamente che solo recuperando la fiducia dell'Italia più in difficoltà la sinistra torna ad avere senso); sottrarre la vita e le scelte del partito al potere soffocante delle correnti, che ha conosciuto il suo momento più basso nella compilazione delle liste alle ultime politiche, una scandalosa lotteria di paracadutati con i leader che hanno scansato per viltà la competizione nei collegi uninominali.

Nel Pd c'è una cronica tendenza a divorare i capi. Il paradosso di questa tendenza cannibale è che a praticarla è un gruppo dirigente che in larga parte ha trascorso gli ultimi trent'anni a invocare una democrazia decisionista e maggioritaria, bloccando sciaguratamente ogni tentativo di ritorno al proporzionale, salvo poi insorgere davanti all'esercizio del comando personale sia a Palazzo Chigi che in casa propria. Una delle tante ipocrisie che si sono mangiate il Pd dall'interno.

Intanto, per non ripetere il film già visto, a Schlein conviene andare avanti senza farsi impressionare troppo dai tentativi interni di veto, quelli sì che rimbombano nel chiuso del palazzo, ma per strada non si avvertono quasi. Può essere però utile anche non farsi trascinare dalla foga di alcuni ultras, talvolta più dannosi degli avversari. Segretario del Pd è il mestiere più precario del mondo, e in fondo la lotta al precariato è nel programma.