Il mondo non è addomesticato. Crediamo che lo sia, e in qualche modo - a certe latitudini - un'apparenza perfino durevole ci restituisce questa illusione. Ma l'autentico del mondo è il naturale e non l'artificiale: la verità geologica pre-umana, ogni cosa più antica di noi. L'incredibile storia dei quattro ragazzini sopravvissuti per quaranta giorni nel cuore della giungla, in Colombia, sembra inventata da una squadra di sceneggiatori occidentali convinti di essere originali.
È una vicenda alla Lost, per citare la madre delle serie tv. Ma i nostri sceneggiatori, compiaciuti della loro stessa presunzione, non potrebbero nemmeno immaginare i poteri di un sapere istintivo, animale, quello che si tramanda a gesti più che a parole, che non è custodito in nessun volume, che - come emerge da questa specifica incredibile storia - i giovanissimi sopravvissuti hanno ereditato da una nonna esperta della giungla e confidente del se…
Il mondo non è addomesticato. Crediamo che lo sia, e in qualche modo - a certe latitudini - un'apparenza perfino durevole ci restituisce questa illusione. Ma l'autentico del mondo è il naturale e non l'artificiale: la verità geologica pre-umana, ogni cosa più antica di noi. L'incredibile storia dei quattro ragazzini sopravvissuti per quaranta giorni nel cuore della giungla, in Colombia, sembra inventata da una squadra di sceneggiatori occidentali convinti di essere originali.
È una vicenda alla Lost, per citare la madre delle serie tv. Ma i nostri sceneggiatori, compiaciuti della loro stessa presunzione, non potrebbero nemmeno immaginare i poteri di un sapere istintivo, animale, quello che si tramanda a gesti più che a parole, che non è custodito in nessun volume, che - come emerge da questa specifica incredibile storia - i giovanissimi sopravvissuti hanno ereditato da una nonna esperta della giungla e confidente del selvaggio. Che è il contrario del domestico e dell'addomesticabile. E ci risospinge nell'unica dimensione che ci appartiene davvero: quella di ospiti della biologia, e di un corpo celeste che non splende di luce propria.
Ha avvantaggiato i sopravvissuti una superiore qualità dei sensi - quella che Calvino, in un suo libro pubblicato postumo, indicava come la perdita eclatante di una civiltà urbanizzata. Occhi che vedono meno, nasi e orecchie meno efficaci. Mani che hanno disimparato. I quattro ragazzini persi nella giungla come in un romanzo di Kipling non sono piccoli eroi: graziati dalla fortuna e insieme dall'ingegno, da uno spirito di adattamento e di resistenza che è anche esuberanza vitale, somigliano ai nostri progenitori preistorici ma sono nostri contemporanei.
E forse è proprio questo - osservato da qui, dal mondo che chiamiamo civilizzato - l'aspetto che più ci stupisce: mettendoci di fronte a un incubo da svegli che, se ne fossimo i protagonisti, ci vedrebbe presumibilmente inadeguati, inadempienti e sconfitti. Privati delle sicurezze fragili della tecnologia, spenti i radar che ci rendono rintracciabili, ci daremmo per finiti.
E pure chiamandolo a gran voce in noi, faticheremmo a trovare un qualche Prometeo interiore, la radice dell'intuito ancestrale che porta l'umano a fare un fuoco, a sfidare sé stesso e la Natura. Enne maiuscola che abbiamo cercato di poter fare minuscola, provando a rendere un bosco universale il giardino che non è.
C'è un gesto semplice ma potentissimo, per stare ancora alla letteratura, che fa un ragazzino sopravvissuto a un disastro aereo nelle prime pagine del romanzo di William Golding Il signore delle mosche (1954). Si tira su i calzettoni nel fitto di rovi, tronchi e liane della giungla in cui è disperso. La fusoliera e i rottami già li trascina via il mare in tempesta.
Il ragazzino compie questo minuscolo insignificante gesto quotidiano - tirare su i calzettoni - e, osserva Golding, aggiunge all'istante a quel paesaggio indomito e spaventoso "un tocco di contea londinese". Ma calzettoni e esperienza di contee sono inservibili in quel contesto, e la piccola comunità di giovani immaginata da Golding deve reinventare un modo di stare al mondo. Anzi, di più: reinventa letteralmente un mondo umano, un microcosmo che ripropone schemi, leggi, rapporti di forza del mondo precedente, prepotente e ammalato.
La storia, come è noto, non ha un bel finale. Lo scrittore britannico lavora su un'idea (pessimistica) di male endemico, inestirpabile dove c'è un commercio tra cosiddetti Sapiens. Il poco sapere e sentire dei suoi personaggi non funziona, non è utile. Il sapere e sentire dei quattro ragazzini spersi e resistenti nella giungla colombiana hanno fatto invece la differenza; e così il fiuto del cane che ha contribuito al loro ritrovamento.
"Allora non ci sono proprio più i grandi?" si domandano interdetti i personaggi del romanzo, constatando l'assenza degli adulti. Forse, in un lampo, lo avranno pensato anche i giovanissimi Lesly Jacobo Bonbaire, 13 anni, Solecni Ranoque Mucutuy, 9 anni, Tien Noriel Ronoque Mucutuy, 4 anni, e perfino Cristian Neryan Ranoque Mucutuy, dodici mesi appena. Ma hanno scommesso, istintivamente, su una coscienza primigenia più forte di ogni sfacciata e aggressiva, artificiale modernità.