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Una missione velleitaria

Giorgia Meloni (ansa)

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La premier è ancora in Tunisia, insieme a Von der Leyen
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Oggi, dopo la visita lampo di martedì, la premier Meloni è di nuovo nella capitale tunisina, stavolta assieme alla presidente della Commissione europea e al primo ministro olandese. Anche alla luce dell’accordo raggiunto a Lussemburgo dal Consiglio Affari Interni sul Patto su migrazioni e asilo, mettere un freno ai flussi migratori provenienti dal Nord Africa è diventata per Meloni un’urgenza. Pensare di farlo con un pacchetto di aiuti da mettere in mano a un dittatore che ha una visione messianica di sé e che non ha mai dimostrato alcuna volontà di avviare un dialogo inclusivo nel proprio paese né di mettere mano alle necessarie riforme economiche, rende l’esercizio piuttosto velleitario.
Tra le idee che Meloni ha fatto sue nell’incontro di martedì c’è quella di una conferenza internazionale su migrazioni e sviluppo coinvolgendo i paesi della sponda sud del Mediterraneo e del Medio Oriente. Faremo d…

Oggi, dopo la visita lampo di martedì, la premier Meloni è di nuovo nella capitale tunisina, stavolta assieme alla presidente della Commissione europea e al primo ministro olandese. Anche alla luce dell’accordo raggiunto a Lussemburgo dal Consiglio Affari Interni sul Patto su migrazioni e asilo, mettere un freno ai flussi migratori provenienti dal Nord Africa è diventata per Meloni un’urgenza. Pensare di farlo con un pacchetto di aiuti da mettere in mano a un dittatore che ha una visione messianica di sé e che non ha mai dimostrato alcuna volontà di avviare un dialogo inclusivo nel proprio paese né di mettere mano alle necessarie riforme economiche, rende l’esercizio piuttosto velleitario.
Tra le idee che Meloni ha fatto sue nell’incontro di martedì c’è quella di una conferenza internazionale su migrazioni e sviluppo coinvolgendo i paesi della sponda sud del Mediterraneo e del Medio Oriente. Faremo del nostro meglio, ha spiegato nella sua dichiarazione registrata, per immaginare un evento di questo tipo nel minor tempo possibile, per rinnovare l’impegno comune ad affrontare i fattori politici, socio-economici e climatici che determinano le migrazioni, per promuovere percorsi di mobilità legali e contrastare in modo efficace la tratta di essere umani e il traffico di migranti. Vaste programme. Peccato che al momento non ci sia alcun consenso attorno all’idea.
Un’idea, a dire il vero, proposta mesi fa da organizzazioni della società civile nord-africane ma da nessuno raccolta fino a quando Kais Saied non l’ha scippata e rilanciata martedì scorso nel tentativo di mettere sul tavolo qualcosa che potesse apparire come un’apertura. Meloni ha abboccato, spingendosi a offrire Roma come sede della conferenza. È chiaro che della Tunisia — dove c’è zero tolleranza per il dissenso, con mezza opposizione in galera, giudici asserviti, un tasso di disoccupazione alle stelle e una povertà dilagante — le sorti interessano poco o niente, purché si metta un freno ai flussi dei migranti. Ma questo non avverrà non solo perché la loro gestione da parte dei dittatori rimane la migliore leva per ottenere aiuti senza condizionalità, ma soprattutto perché contenere le partenze è impossibile anche ai più virtuosi dei governi, figuriamoci a quelli manifestamente incapaci di controllare il territorio.


L’obiettivo di oggi, quindi, non può essere quello di sbloccare i 1,9 miliardi di dollari del Fmi, con comode rate o meno, più un pacchetto di aiuti Ue, senza precise contropartite che Saied si ostina a chiamare diktat. Sia chiaro: senza il prestito Fmi il paese va in default (in Tunisia c’è perfino chi se lo augura). Anche a rischio di rimanere intrappolata dal proprio debito, alla Tunisia occorre un accordo, senza il quale non ci saranno investimenti a lungo termine, tassi di cambio più sostenibili, redditi aggiuntivi, digitalizzazione della pubblica amministrazione…Saied deve uscire dalla sua bolla, liberare gli oppositori politici, mettere fine a un’economia informale e oppressiva, avviare un dialogo costruttivo con le parti sociali, a cominciare dall’Ugtt, tra le poche organizzazioni sindacali a mantenere credibilità. Saied è in guerra contro tutti. L’unico alleato rimasto sono i servizi di sicurezza. Il rischio è di passare da una democrazia in crisi a una dittatura in crisi.