La frase viene attribuita al Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon: “Somosa è un figlio di puttana ma è il nostro figlio di puttana”. In quel giudizio sul dittatore nicaraguense si trova la sintesi più efficace e la “Summa Theologiae” del realismo politico. L’affermazione viene in mente perché quella pungente definizione matrilineare (“di buona donna”) può essere attribuita agevolmente a un numero rilevante di capi di stato che esercitano il proprio dispotismo su paesi ritenuti irrinunciabili interlocutori dell’Unione Europea e dell’Italia. L’elenco è pressoché infinito: da Erdogan ad al-Sisi, da Gheddafi ad Haftar, fino a bin Salman Al Sa’ud. E oggi il presidente tunisino Kais Saied. A essere invocata è sempre la realpolitik: ovvero una valutazione disincantata dei fini da perseguire e dei costi da pagare. Una concezione che prevede la massima capitalizzazion…
La frase viene attribuita al Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon: “Somosa è un figlio di puttana ma è il nostro figlio di puttana”. In quel giudizio sul dittatore nicaraguense si trova la sintesi più efficace e la “Summa Theologiae” del realismo politico. L’affermazione viene in mente perché quella pungente definizione matrilineare (“di buona donna”) può essere attribuita agevolmente a un numero rilevante di capi di stato che esercitano il proprio dispotismo su paesi ritenuti irrinunciabili interlocutori dell’Unione Europea e dell’Italia. L’elenco è pressoché infinito: da Erdogan ad al-Sisi, da Gheddafi ad Haftar, fino a bin Salman Al Sa’ud. E oggi il presidente tunisino Kais Saied. A essere invocata è sempre la realpolitik: ovvero una valutazione disincantata dei fini da perseguire e dei costi da pagare. Una concezione che prevede la massima capitalizzazione dei rapporti di forza presenti, a prescindere da ogni rimando a un’etica che non sia quella dell’utile attuale e circoscritto. A ispirarla fu il principe Von Bismarck, il quale tuttavia pensava e agiva in un “mondo stretto” nel quale la costituzione degli Stati nazionali assumeva un ruolo sovversivo degli ordinamenti giuridici precedenti. Nel frattempo, quel mondo è totalmente cambiato e il realismo politico che oggi si invoca sembra aver perso qualunque grandiosità e qualunque dimensione tragica per assumere la misura piccina e la tonalità mediocre di una ordinaria diplomazia degli interessi nazionali.
Questi ultimi, tutti letti nella dimensione più immanente e di corto respiro, devono affidarsi ad autocrati corrotti e a dittatori paranoici, a capibanda tribali e a despoti teocratici: praticamente senza condizioni. Si stipulano accordi e si suggellano alleanze a prescindere da qualunque prospettiva di lungo periodo e da qualunque valutazione etico — politica. Si intrattengono relazioni diplomatiche regolari con un paese (l’Egitto), che ostacola la ricerca della verità sull’assassinio di un nostro connazionale; si rinnovano gli accordi con un paese (la Libia) dove viene praticata sistematicamente la tortura; si cerca l’intesa con un sistema (quello tunisino) prossimo a precipitare in dittatura. Sia chiaro: nessuno ha mai chiesto di dichiarare guerra a questi regimi e nemmeno di interrompere le relazioni diplomatiche con essi, ma dovrà pur esservi un’alternativa seria e concreta all’inerzia. Un esempio solo: dal ritrovamento del corpo di Giulio Regeni sino a oggi, l’unica iniziativa diplomatica condotta nei confronti del regime egiziano è stato il richiamo in Italia del nostro ambasciatore al Cairo. Ma la misura è durata appena poco più di un anno. E — questo è il punto vero — una volta interrotta quella misura, nessun altra è stata assunta sul piano politico, istituzionale, economico, finanziario e culturale. Analogamente, il memorandum con la Libia concede a quel paese grandi risorse economiche e assistenza tecnica. Ma non chiede in cambio alcunché, nemmeno sul piano del rispetto dei più elementari diritti umani. Ancora, il rapporto con la Tunisia, risulta talmente abborracciato da consentire al Presidente Kais Saied di prendersene gioco in nome — l’uomo è dotato di sense of humour — dei valori dell’umanità. In proposito, nei giorni scorsi, il Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha solennemente affermato che “la Tunisia è già considerata un paese terzo sicuro da provvedimenti e atti ufficiali italiani”. Ma quali sarebbero questi “atti e provvedimenti”? La cosa ha il sapore, piuttosto, di un’autocertificazione farlocca che uno scolaro birbante o un no-vax truffaldino esibiscono per documentare ciò che non è documentabile. Eppure è possibile procedere diversamente. Lo fa il Fondo Monetario Internazionale che, notoriamente, non è la Conferenza di San Vincenzo (o almeno non lo era fino a ieri mattina): e che ha subordinato la concessione di un ingente prestito al rispetto di condizioni precise e di standard definiti. Perché mai una simile procedura non viene adottata dai paesi europei quando si deve stare “al tavolo col dittatore”(Domenico Quirico, La Stampa)? D’altra parte, è questo l’atteggiamento che si impegna ad adottare la stessa Unione Europea quando sottopone al meccanismo di condizionalità Polonia e Ungheria, esigendo il rispetto delle regole dello stato di diritto come prerequisito per l’erogazione di fondi.
Dunque, esiste la possibilità di una linea di condotta che sfugga da un lato, al velleitarismo puerile “nessun accordo coi dittatori” e, dall’altro, al realismo straccione (“gli affari sono affari”). Il problema vero è che gli stessi Stati democratici, sono totalmente privi di una politica dei diritti umani. E, ancor prima, di una consolidata sensibilità in materia. Il tema è destinato, di conseguenza, a costituire sempre e comunque l’ultimo punto all’ordine del giorno dell’agenda delle relazioni bi-laterali e multi-laterali. La lotta alla cosiddetta immigrazione clandestina risulterà sempre prioritaria nella politica estera dei paesi europei e, in nome di essa, si potrà voltare lo sguardo dall’altra parte, ignorando quanto accade nei centri di detenzione in Turchia, in Libia e, ora lo sappiamo, in Tunisia. Si tratta di un calcolo di breve periodo. Tanta irresponsabilità è destinata a rivolgersi contro di noi.