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Berlusconi, somiglianze e differenze con Donald Trump

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Il fondatore di Forza Italia non ha paura di mostrarsi fragile, l'ex presidente Usa trasforma la loggia della Casa Bianca in tribuna da demagogo: uniti dal no alle sinistre, sono divisi dalle personalità opposte
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Il giorno migliore per il presidente Silvio Berlusconi, davanti al mondo, fu il primo marzo del 2006 quando il presidente George Bush figlio lo invitò a pronunciare un discorso davanti al Congresso degli Stati Uniti d’America, Camera e Senato. Un onore concesso, nei secoli della repubblica Usa, a pochi leader stranieri, dal polacco Walesa al sudafricano Mandela. Il momento era duro per il fondatore di Forza Italia che, da lì a poco, avrebbe perso la seconda elezione politica contro il suo solo, vero, avversario a sinistra, Romano Prodi. Bush era grato a Berlusconi per il sostegno ricevuto durante la guerra in Iraq, quando il presidente italiano, con il premier britannico Blair e lo spagnolo Aznar, ruppe il fronte neutralista europeo, retto dal presidente francese Chirac e dal ministro degli Esteri Galouzeau de Villepin con il tedesco Schroeder, futuro lobbista del Cremlino.
Il 12 novembre 2003, a Nassiriya, 25 militari e civili italiani, caddero vittime di un atten…

Il giorno migliore per il presidente Silvio Berlusconi, davanti al mondo, fu il primo marzo del 2006 quando il presidente George Bush figlio lo invitò a pronunciare un discorso davanti al Congresso degli Stati Uniti d’America, Camera e Senato. Un onore concesso, nei secoli della repubblica Usa, a pochi leader stranieri, dal polacco Walesa al sudafricano Mandela. Il momento era duro per il fondatore di Forza Italia che, da lì a poco, avrebbe perso la seconda elezione politica contro il suo solo, vero, avversario a sinistra, Romano Prodi. Bush era grato a Berlusconi per il sostegno ricevuto durante la guerra in Iraq, quando il presidente italiano, con il premier britannico Blair e lo spagnolo Aznar, ruppe il fronte neutralista europeo, retto dal presidente francese Chirac e dal ministro degli Esteri Galouzeau de Villepin con il tedesco Schroeder, futuro lobbista del Cremlino.
Il 12 novembre 2003, a Nassiriya, 25 militari e civili italiani, caddero vittime di un attentato terrorista e la Casa Bianca, colpita dal loro sacrificio, restò vicina a Berlusconi, che il 28 maggio del 2002, al summit di Pratica di Mare, si era illuso, con il suo staff, di riuscire a trasformare la fotografia della stretta di mano fra George W. Bush e il presidente russo Vladimir Putin in duraturo accordo strategico. La capacità di dialogo personale del premier Berlusconi lo tiene però in buoni rapporti con Bush, mentre Obama, definito “abbronzato”, lo detesta e durante il discorso al Senato si distrae platealmente, sentimento avverso condiviso da Angela Merkel, insultata da peggiori epiteti.


La rivista di sinistra Usa The New Yorker titola un’inchiesta del 2019 “Berlusconi: Trump prima di Trump”, certa della primazia populista del magnate di Arcore sul presidente repubblicano. Ancora ieri il Guardian, testata principe dei progressisti britannici, annota “Addio a Silvio, resta Donald”, dopo aver anticipato, in un editoriale del 2016 firmato dallo storico John Foot, “Abbiamo già visto Trump, il suo nome è Silvio”. In realtà i due leader non sono gemelli, personalità e strategie dissimili, pur accomunati da insofferenza per le regole, curare i propri interessi, spavalderia contro gli avversari.

Ma Berlusconi si è sempre preoccupato di unire, non dividere, la propria coalizione e base, coltivando, magari giusto per immagine, intellettuali di area, dall’ex marxista Colletti all’epistemologo Pera, dialogando con culture diverse, l’ex comunista Ferrara, il liberale Martino, i socialisti dopo Craxi, i dirigenti di Lotta Continua. Trump rompe subito con i neoconservatori di Bush, svillaneggia il senatore repubblicano McCain, tratta da paria la dinastia dei Bush, non vuole accanto uomini di cultura. Berlusconi si curava del proprio team, da Mediaset a Forza Italia, ricevendone in cambio lealtà formidabile, Trump mette un subalterno contro l’altro, finendo tradito perfino dal proprio avvocato.
Ad unire il premier eletto in Italia nel 1994 e il presidente vincitore negli Usa 2016 è invece la percezione, da pioniere nel Berlusconi che dichiara di preferire il missino Fini all’ex radicale Rutelli nel 1993, da follower nel Trump contro Clinton, che dopo la Guerra Fredda il dialogo si polarizzi, frustrando l’unità nazionale e serva dunque mobilitare fino alla frenesia la base. Berlusconi prova a superare questa rigidità, con il discorso del 25 aprile 2009 sulla Resistenza, ad Onna, ma l’onda politica lo riporta indietro, inesorabile, Trump non riesce mai a tendere la mano, prima ancora che per scelta razionale per rancore privato.


Questa differenza di personalità si riversa sulle linee politiche che ne derivano, capace di fasi di egemonia culturale Berlusconi, sempre alle corde Trump. Di certo Silvio Berlusconi, con l’uso perfetto della televisione, l’incuria per le regole etiche, la capacità post-ideologica di convivere con gli ex fascisti e i leghisti di Bossi, che lo apostrofò da “Berluskaiser”, con la Cei del cardinal Ruini anticipa la leadership “social”, non legata ad idee fisse, attenta al consenso dei sondaggi, di Boris Johnson, dello stesso Schroeder, di Sarkozy, che lo avversava in pubblico e invidiava dietro le quinte. Addio al rigore formale di Mitterrand, Kohl, Thatcher, Bush padre, Merkel, sì alla comunicazione irriverente, fino alle gag 2022 su TikTok. Nell’ultimo appello ai militanti, vicino alla morte, Silvio Berlusconi non ha paura di mostrarsi fragile, umano, ottenendo il rispetto che gli tributano in queste ore gli avversari politici. Dopo aver subìto il Covid, nel 2020, Trump trasforma la loggia della Casa Bianca in tribuna da demagogo, marcando per sempre quanto lui e Berlusconi, uniti dal no alle sinistre, fossero divisi dalle personalità opposte.