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La sfida di Meloni comincia ora

Giorgia Meloni bacia Marta Fascina al funerale di Berlusconi (ansa)
Guida già da mesi la coalizione, ora deve porsi vicino ai Popolari
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Sullo sfondo della piazza del Duomo gremita, con il tributo popolare a Silvio Berlusconi e l’omelia certo abile e non convenzionale dell’arcivescovo, si è chiusa una pagina e se ne è aperta un’altra nella storia del centro-destra. C’è chi spera che la novità riguardi l’intera società italiana, come se l’onda emotiva del lutto nazionale dovesse abolire per magia i contrasti e le divisioni che hanno segnato la stagione di Arcore. Ma non sarà così. Nel corso degli anni la sinistra è stata, sì, sconfitta dalla marea berlusconiana, come ha tenuto a sottolineare Giorgia Meloni, ma soprattutto ha perso per avere smarrito la connessione con l’Italia profonda. Quell’Italia che ancora ieri rendeva omaggio al suo leader carismatico, benché in buona misura avesse ormai smesso di votarlo. Senza peraltro cessare di considerarlo quasi un capo mistico, al di sopra delle guerre politic…

Sullo sfondo della piazza del Duomo gremita, con il tributo popolare a Silvio Berlusconi e l’omelia certo abile e non convenzionale dell’arcivescovo, si è chiusa una pagina e se ne è aperta un’altra nella storia del centro-destra. C’è chi spera che la novità riguardi l’intera società italiana, come se l’onda emotiva del lutto nazionale dovesse abolire per magia i contrasti e le divisioni che hanno segnato la stagione di Arcore. Ma non sarà così. Nel corso degli anni la sinistra è stata, sì, sconfitta dalla marea berlusconiana, come ha tenuto a sottolineare Giorgia Meloni, ma soprattutto ha perso per avere smarrito la connessione con l’Italia profonda. Quell’Italia che ancora ieri rendeva omaggio al suo leader carismatico, benché in buona misura avesse ormai smesso di votarlo. Senza peraltro cessare di considerarlo quasi un capo mistico, al di sopra delle guerre politiche.

E qui si torna al passaggio cruciale: chi saprà raccogliere il complesso lascito? L’erede c’è e si chiama Meloni. È lei a guidare già da mesi la coalizione; lei a essersi misurata con Berlusconi con la determinazione di chi, dopo il voto di settembre, ha sentito che i rapporti di forza si erano ribaltati a suo favore; lei a dichiararsi “non ricattabile” davanti all’anziano padre-padrone alquanto perentorio nelle sue richieste ministeriali. È un punto assodato. In un’alleanza in cui ha ragione chi ha più voti e manovra meglio le leve del potere, nessuno può competere al momento con la premier in carica. Lo stesso Berlusconi le aveva lasciato il campo, con Tajani nel ruolo di ufficiale di collegamento. Lei, in cambio, lo aveva lusingato riconoscendolo come padre nobile del centrodestra. Ieri tutta la solenne e rumorosa cerimonia, giudicata con il metro della politica, trasmetteva questo messaggio. Con il rischio tuttavia di andare oltre, in ossequio al vecchio proverbio per cui “il troppo stroppia”.

Comunque questa è solo metà della storia. L’altra metà riguarda l’uso che Giorgia Meloni vorrà fare del suo scettro. Per un anno FdI e Forza Italia saranno come un pianeta e il suo satellite, votati alla stessa convergenza in Europa: quell’intesa tra Popolari e Conservatori che nelle intenzioni dovrebbe segnare la prossima legislatura del Parlamento di Bruxelles. Ma c’è da credere che il vero obiettivo della premier sia rafforzarsi in Italia. Se poi riuscirà a governare anche l’Unione, tanto meglio. Ma lo scopo è costruire in Italia un partito conservatore sul modello dei repubblicani americani. Le tappe del viaggio restano da definire e si può anche immaginare uno schema binario tipo la Cdu e la Csu tedesche. Si può altresì supporre che la Lega alla fine starà dentro la cornice, sia pure con il profilo dell’alleato autonomo. Il 10-11 per cento cui può aspirare Salvini non è poco, calcolando la rendita di potere di cui già oggi gode il Carroccio, simboleggiata dal futuro ponte sullo Stretto.

 Tuttavia la vera partita di Meloni riguarda la collocazione dei nuovi conservatori. Da un lato i sorrisi di Von der Leyen e Weber la gratificano; dall’altro lei non dimentica d’essere il capo del gruppo nazionalista, in cui c’è di tutto: anche personaggi poco amici dell’Italia. Ma non potrà perdere il rapporto con questo mondo prima delle europee. Al tempo stesso ha tutto l’interesse a porsi vicina al confine esterno dei Popolari. Nessuna confluenza, s’intende, ma anche una certa attenzione a costruire una proposta “moderata” capace di attrarre l’opinione pubblica post-berlusconiana, diffidente verso le avventure e nostalgica degli anni d’oro. Il sentiero è stretto, ma alla fine potremmo avere un centrodestra più europeo. Chiaro che l’intenzione degli avversari è invece spingere FdI e la sua leader verso l’estrema destra, cioè il modello Marine Le Pen o peggio. Qui è l’insidia che Giorgia Meloni dovrà scansare. Richiederà molta qualità politica.