Nel giorno del contestato lutto nazionale italiano per Silvio Berlusconi, un altro lutto, le centinaia di persone migranti affogate al largo della Grecia, irrompe nella cronaca per mandare in frantumi la rappresentazione di regime andata in scena a Milano. Centinaia di morti, in gran parte donne e bambini, in quella che si annuncia come la più grande strage nel Mediterraneo, consumata nell'indifferenza delle autorità italiane e greche e nel rimpallo delle responsabilità, esattamente come a Cutro in Calabria.
La grande differenza tra le due piazze è che quella di Kalamata, dove sono approdati i pochi sopravvissuti del peschereccio libico, non…
Nel giorno del contestato lutto nazionale italiano per Silvio Berlusconi, un altro lutto, le centinaia di persone migranti affogate al largo della Grecia, irrompe nella cronaca per mandare in frantumi la rappresentazione di regime andata in scena a Milano. Centinaia di morti, in gran parte donne e bambini, in quella che si annuncia come la più grande strage nel Mediterraneo, consumata nell'indifferenza delle autorità italiane e greche e nel rimpallo delle responsabilità, esattamente come a Cutro in Calabria.
La grande differenza tra le due piazze è che quella di Kalamata, dove sono approdati i pochi sopravvissuti del peschereccio libico, non interessa a nessuno e non produrrà conseguenze, al contrario della giornata celebrata in piazza del Duomo, uno di quegli eventi spartiacque destinati a separare un prima e un dopo e a incidere profondamente nel futuro della politica italiana. E non potrebbe essere altrimenti vista la dimensione "fuori scala" del defunto e la sua posizione baricentrica nell'alleanza di centrodestra.
La questione dell'eredità politica di Silvio Berlusconi è un tema già risolto il 25 settembre scorso dagli elettori, quel corpaccione che in passato aveva votato il Popolo della libertà e che si è già accasato in gran parte sotto le insegne di Fratelli d'Italia. Il bacio ostentato sul sagrato tra Meloni e Marina Berlusconi, la più coriacea custode del berlusconismo, sta a significare proprio questo: un passaggio di consegne, la legittimazione di una successione che non era affatto scontata. Basti pensare che il fondatore di Forza Italia, solo pochi mesi fa, aveva vergato di suo pugno una serie di giudizi impietosi sulla neo-premier, bollandola come "supponente, arrogante, offensiva e prepotente". Tutto passato e tutto dimenticato in nome della convenienza reciproca, aziendale e politica.
"Berlusconi se ne va, il berlusconismo resta", scrive giustamente Libération. E già si sono potuti apprezzare nelle televisioni pubbliche e private i molteplici segnali di quella stessa cortigianeria che ha dominato l'informazione nel ventennio berlusconiano. Un servo encomio che si riversa oggi sulla nuova Sorella d'Italia. Tutti naturalmente si chiedono cosa accadrà ora, cosa ne sarà dei deputati e dei senatori di Forza Italia, cosa accadrà da qui alle elezioni Europee del prossimo giugno. La risposta è che per qualche giorno non accadrà nulla, ma certo l'immagine olografica di un centrodestra riunito a celebrare la memoria del Grande Timoniere andrà incontro a una rapida dissolvenza. Anche perché il sogno di una nuova alleanza Ppe-Conservatori, chiamata a sostituire l'attuale maggioranza Ursula e ribaltare gli equilibri europei, è destinato a rimanere tale. Per quanto ammaccato, il partito socialista europeo resta ancora un partner imprescindibile per il Ppe e tale rimarrà anche nella prossima legislatura, insieme ai Liberali macroniani. Certo, ai popolari europei farebbero comodo i voti di Meloni, così come farebbe comodo che la premier italiana abbandonasse i conservatori per unirsi alle sempre più esangui truppe popolari. Ma sembra al momento un passo troppo ardito. A meno che... a meno che Meloni, come inizia a sussurrare qualche speranzosa anima forzista, non prenda il coraggio a due mani e faccia lei un nuovo predellino, in questo mostrandosi davvero erede del Cavaliere. Se abbandonasse la Fiamma e desse vita a un grande partito liberal-conservatore, atlantista ed europeista, ingloberebbe Forza Italia con la benedizione di Marina Berlusconi e, a quel punto, le porte del Ppe le si spalancherebbero. Al momento, tuttavia, la ragazza di Atreju sembra giocare un'altra partita, quella del quieta non movere et mota quietare, non smuovere troppo le acque per paura di creare un'inutile fibrillazione nel governo. Tanto da aver ordinato ai suoi di sbarrare le porte ad eventuali transfughi forzisti che chiedessero asilo politico in Fratelli d'Italia.
In attesa di capire la direzione che prenderà la competizione dentro il centrodestra, è arrivato il momento di congedarci da Berlusconi. Una personalità complessa, ma che al fondo non è mai riuscita a trasformarsi in statista. È sempre rimasto anzitutto un oligarca, a capo di un enorme kombinat politico-mediatico di micidiale potenza. Un leader capace di generare consenso in campagna elettorale ma, al dunque, incapace di produrre risultati di governo. Renzi verrà ricordato per le unioni civili, Conte per il reddito di cittadinanza, Draghi per le vaccinazioni di massa e il Pnrr. Qualcuno ricorda una riforma "liberale", una sola, dei quattro governi guidati dal Cavaliere? Ci sono state due occasioni in cui Berlusconi avrebbe potuto incidere realmente, collaborando a riscrivere la Costituzione per diventare un padre della patria: la Bicamerale con D'Alema e il patto del Nazareno con Renzi. In entrambe lo scorpione fece prevalere la sua natura, i suoi interessi personali, e mandò tutto a monte. Alla fine sarà ricordato come un politico contro-riformatore, interessato solo alle sue aziende, un leader che ha usato la politica senza mandare in porto qualcosa che valga la pena essere ricordato. Come disse Sandro Bondi, in una indimenticabile intervista a Dario Cresto-Dina su questo giornale, "ci lasciava giocare con la politica e con le idee, fino a che non toccavamo la sostanza dei suoi interessi aziendali e del suo potere".