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Perché l'Italia non cresce

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Negli ultimi 30 anni il nostro sistema produttivo è cambiato, con una terziarizzazione dell'economia
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Negli ultimi 30 anni, il sistema economico italiano ha vissuto un cambiamento strutturale e istituzionale, sintetizzatore in quel processo che ci ha portati verso una terziarizzazione dell'economia, con una graduale riduzione della quota lavoro in agricoltura e nell'industria, a favore dei servizi. Oggi quasi il 73% della forza lavoro in Italia è impiegata nei servizi, circa il 23,5% nell'industria, e il 3,5% in agricoltura. Trenta anni fa il settore industriale impiegava oltre il 31% della forza lavoro, prevalentemente concentrato nel settore manufatturiero.


Tali processi sono naturali nei sistemi economici complessi, caratterizzati da una transizione strutturale…

Negli ultimi 30 anni, il sistema economico italiano ha vissuto un cambiamento strutturale e istituzionale, sintetizzatore in quel processo che ci ha portati verso una terziarizzazione dell'economia, con una graduale riduzione della quota lavoro in agricoltura e nell'industria, a favore dei servizi. Oggi quasi il 73% della forza lavoro in Italia è impiegata nei servizi, circa il 23,5% nell'industria, e il 3,5% in agricoltura. Trenta anni fa il settore industriale impiegava oltre il 31% della forza lavoro, prevalentemente concentrato nel settore manufatturiero.


Tali processi sono naturali nei sistemi economici complessi, caratterizzati da una transizione strutturale da settori maturi verso settori avanzati. Il problema sorge quando queste trasformazioni avvengono con un aumento in settori non avanzati dei servizi, a basso valore aggiunto, a scarso contenuto tecnologico, e quindi con scarsi guadagni di produttività, come turismo (ristorazione e alloggi), servizi alla persona. Il nostro Paese è caratterizzato negativamente da questa transizione verso servizi "non avanzati".


Inoltre, un processo troppo veloce di de-industrializzazione, rispetto ad esempio alla Germania, ha limitato gli investimenti nei settori Ict, dei servizi alle imprese, dell'elettronica avanzata, della biomedica, delle nanotecnologie, dell'automotive avanzato, e in Ricerca e Sviluppo, sia pubblico che privato fermo all'1,5% sul Pil (la metà dei Paesi dell'Ue avanzati). Questi sono invece settori verso cui molti Paesi a reddito medio-alto (come Stati Uniti, Paesi scandinavi, Germania o Irlanda) hanno orientato le proprie economie con incentivi, investimenti e politiche dell'innovazione, ottenendo risultati molto buoni in termini di crescita della produttività e del Pil. In questi Paesi solo la manodopera residuale viene impiegata in settori strumentali, del tempo libero, del turismo, della ristorazione, dove le innovazioni e i guadagni di produttività trovano dei limiti oggettivi e naturali, e in cui di conseguenza si hanno bassi salari e scarso valore aggiunto.


L'Italia non può permettersi di concentrare la maggior parte della sua manodopera dei servizi in settori a scarso contenuto tecnologico, quelli che possiamo definire "economia da bar". Nell'"economia da bar", per quanto si possano fare buoni caffè, ottime pizze ed eccellenti mozzarelle, non ci sarebbero margini sufficienti per creare guadagni di produttività e valore aggiunto competitivi rispetto all'innovazione prodotta dai Paesi del Nord Europa nei settori dei servizi avanzati, caratterizzati da investimenti capital intensive. Eppure è un processo che sta avvenendo, favorito da un cambiamento istituzionale nelle regole di mercato, nell'industria e nel mercato del lavoro. Regole che hanno affiancato negativamente tale trasformazione, incentivando investimenti labour intensive che fanno perno su bassi salari, su flessibilità del lavoro che sfocia in precarietà diffusa, su contratti collettivi pirata senza minimi legali dignitosi, su defiscalizzazione e decontribuzione generalizzata del lavoro, con sussidi a pioggia per gli investimenti e per le assunzioni. Al contrario, sarebbe stato necessario puntare su incentivi selettivi e investimenti mirati verso una transizione non solo tecnologica, ma anche ecologica, capace di spingere maggiormente la crescita della produttività (che in Italia è stata tra il 1991 e il 2022 in media solo dello 0,8%, contro una media Ocse 3 volte più grande), quella dei salari stagnanti, e del Pil in declino.
Questa è la malattia del nostro Paese: una transizione verso una "economia da bar" a scarsa innovazione piuttosto che agli investimenti diffusi in innovazione, e incapace di generare valore aggiunto importante, produttività e quindi salari crescenti.


Già in passato, un grande economista, uno dei padri liberali dell'economia di mercato, non un bolscevico, David Ricardo, ha definito il salario "la frusta degli imprenditori", un mezzo per disciplinare le strategie di investimento delle aziende verso l'innovazione, le macchine e l'organizzazione efficiente, e non una leva da cui estrarre vantaggi competitivi per galleggiare e creare rendite. Se questo era vero ai tempi di Ricardo, nell'Inghilterra della prima rivoluzione industriale, lo è ancora di più oggi, nell'Italia che non deve farsi sfuggire i vantaggi della quarta rivoluzione industriale ormai in pieno svolgimento, in cui avrebbe pieno titolo ad essere uno dei protagonisti.