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La riforma libera tutti

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Le novità sulla giustizia decise dal governo Meloni cancellano traffico di influenze e abuso di ufficio mentre l'Italia aspetta i soldi del Pnrr
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Se c’è una cosa chiara è che la giustizia italiana ha bisogno di una riforma incisiva, in grado di disincagliarla dalla palude in cui ogni giorno perde efficacia e credibilità. Il cuore del problema è sotto gli occhi di tutti: la drammatica lentezza dei processi, che umilia i diritti dei cittadini onesti e molto spesso premia i criminali. Durante il governo Draghi, la ministra Cartabia ha portato avanti un approccio organico, criticato da molte categorie e carente su un punto fondamentale: l’assenza di risorse all’altezza della sfida. Non si può pensare di porre rimedio a un guasto così profondo senza rivoluzionare quantità e qualità degli organici, che si tratti di magistrati o di altre figure, e senza mettere mano a una radicale trasformazione degli strumenti digitali e delle infrastrutture. Tutto questo però non è all’ordine del giorno.

Se c’è una cosa chiara è che la giustizia italiana ha bisogno di una riforma incisiva, in grado di disincagliarla dalla palude in cui ogni giorno perde efficacia e credibilità. Il cuore del problema è sotto gli occhi di tutti: la drammatica lentezza dei processi, che umilia i diritti dei cittadini onesti e molto spesso premia i criminali. Durante il governo Draghi, la ministra Cartabia ha portato avanti un approccio organico, criticato da molte categorie e carente su un punto fondamentale: l’assenza di risorse all’altezza della sfida. Non si può pensare di porre rimedio a un guasto così profondo senza rivoluzionare quantità e qualità degli organici, che si tratti di magistrati o di altre figure, e senza mettere mano a una radicale trasformazione degli strumenti digitali e delle infrastrutture. Tutto questo però non è all’ordine del giorno.


L’esecutivo Meloni invece ha posto come priorità alcuni aspetti, ammantati da principi di garantismo sempre condivisibili ma destinati al beneficio esclusivo di alcune categorie di colletti bianchi. Avere presentato i provvedimenti sulla scia dell’onda emotiva per la morte di Silvio Berlusconi non giova certo alla credibilità di queste misure, che proprio nella memoria della sua tradizione legislativa rischiano di apparire come espressione di interessi particolari.
Il messaggio che viene trasmesso al Paese è esplicito: si archivia l’impegno nella lotta alla corruzione, ponendo fine a una stagione nata all’indomani dello scandalo del Mose e di quello dell’Expo che avevano demolito la fiducia nelle istituzioni e messo in luce uno spreco colossale di denaro. La cosiddetta “Riforma Nordio” infatti ha pochi capisaldi che diventeranno concretamente operativi. Il primo è la depenalizzazione dell’abuso d’ufficio, una fattispecie che aveva sicuramente bisogno di essere ulteriormente perfezionata ma che è stata fatta passare come l’unica causa della paralisi degli uffici pubblici. È difficile credere che sia stata la “paura della firma” provocata dall’accanimento delle procure a sommergere le scrivanie di pratiche inevase e ne avremo presto la controprova: una volta scomparso il reato, i funzionari di Comuni, Regioni e Ministeri diventeranno campioni di rapidità? Da domani gli appalti del Pnrr saranno finalmente assegnati nei tempi richiesti dall’Europa?


I miliardi del Recovery sono un’occasione senza precedenti per il futuro del nostro Paese: le risorse per la prossima generazione, come le ha definite Bruxelles. E la coincidenza con la disponibilità di fondi mai vista prima rende inquietante un altro degli effetti della “Riforma Nordio”: la sostanziale cancellazione del traffico di influenze, un reato introdotto proprio per contrastare l’evoluzione del malaffare nella gestione di gare e contratti, prendendo atto del ruolo dominante dei mediatori che smistano favori e mazzette. È il sistema di potere parallelo sorto dopo la dissoluzione delle liturgie geometriche della vecchia Tangentopoli, sostituendo il rapporto diretto tra corrotti e corruttori con una rete fluida e trasversale tessuta da tanti “facilitatori” a cavallo tra politica e imprenditoria. I nuovi protagonisti della zona grigia adesso potranno tirare un sospiro di sollievo e dedicarsi con lena alla spartizione dei finanziamenti del Pnrr.
I reati di abuso d’ufficio e traffico d’influenze infatti spariranno subito. Così come la possibilità di pubblicare sui giornali la sintesi delle intercettazioni contenuta negli allegati ai provvedimenti giudiziari: un’altra censura motivata con la volontà di correggere evidenti anomalie del passato, ma che erano già state rimosse dalle regole volute dal ministro Orlando sei anni fa. Dal 2017 chi ricorda vicende personali o pettegolezzi captati dalle microspie finiti sulle pagine dei quotidiani?


Invece è previsto che la più garantista delle novità, il collegio di tre giudici per decidere la custodia cautelare, entri in vigore tra due anni. È assai improbabile però che questo avvenga. In tutta Italia gli uffici dei gip sono i più sguarniti e nell’organico complessivo mancano mille magistrati: è una situazione che l’ex procuratore aggiunto Nordio conosce benissimo e non può essere superata in ventiquattro mesi. Neppure con le nuove assunzioni promesse dal governo, che non colmeranno i vuoti e non andranno andare a occupare le posizioni più delicate che arbitrano la libertà personale. Ed è proprio questa criticità irrisolta a smascherare la vera natura della riforma: il garantismo può attendere, il banchetto sui miliardi del Pnrr no.