Il Guardasigilli del rancore contro i magistrati
di Claudio TitoUn mese e mezzo fa, quando la Commissione europea propose il suo pacchetto anticorruzione, la valutazione complessiva – persino dichiarata pubblicamente da alcuni responsabili dell’esecutivo europeo – ammetteva che buona parte delle misure avanzate, in Italia era già vigenti. In effetti la normativa in materia del nostro Paese, per la sua storia anche nella lotta alla criminalità organizzata e per le vicende cui abbiamo assistito da Mani Pulite in poi, è considerata un’avanguardia.
Ma anche in questo caso, la maggioranza di destra, anziché incassare la promozione, sembra volersi autoflagellare. Si iscrive nella “Serie B” d’Europa anche quando l’Italia viene considerata in grado di giocare la Champions League. Cancellare l’abuso d’ufficio e il traffico d’influenze è esattamente il modo migliore per apparire peggio di quel che siamo. Nel caso specifico, poi, siamo davvero al tafazzismo…
Un mese e mezzo fa, quando la Commissione europea propose il suo pacchetto anticorruzione, la valutazione complessiva – persino dichiarata pubblicamente da alcuni responsabili dell’esecutivo europeo – ammetteva che buona parte delle misure avanzate, in Italia era già vigenti. In effetti la normativa in materia del nostro Paese, per la sua storia anche nella lotta alla criminalità organizzata e per le vicende cui abbiamo assistito da Mani Pulite in poi, è considerata un’avanguardia.
Ma anche in questo caso, la maggioranza di destra, anziché incassare la promozione, sembra volersi autoflagellare. Si iscrive nella “Serie B” d’Europa anche quando l’Italia viene considerata in grado di giocare la Champions League. Cancellare l’abuso d’ufficio e il traffico d’influenze è esattamente il modo migliore per apparire peggio di quel che siamo. Nel caso specifico, poi, siamo davvero al tafazzismo. All’autolesionismo puro. Al di là della scelta, che rimane negativa, il governo sembra non essersi accorto che proprio questi reati erano stati sottolineati nella direttiva approvata dalla Commissione europea il 3 maggio scorso. Abuso d’ufficio e traffico d’influenze. Negli articoli 10 e 11 dell’intervento approvato da commissari si segnalava l’importanza di uniformare in tutta l’Unione la predisposizione di questi reati. Non solo. Addirittura si invitava a estendere il perimetro dell’abuso d’ufficio con l’abuso di funzioni. Altro che abrogazione. Si tratta, peraltro, di obiettivi normativi concordati con l’Onu. “L’Unione europea – si legge nell’introduzione della direttiva – parte dall’Uncac, la Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione” che viene considerato ”lo strumento più completo contro la corruzione”.
Il 3 maggio scorso, allora, dove stavano gli uomini della Meloni? In quale stanza del ministero della Giustizia si era ritirato il Guardasigilli Nordio per non accorgersi delle indicazioni formulate dal collegio dei commissari? Il ministro della Giustizia sembra così animato da rancore e da un senso di rivincita nei confronti dei suoi ex colleghi da perdere completamente il contatto con la realtà. Persino quella evidente ed istituzionale dell’Unione europea. Anche i toni scelti ieri fanno ben capire che c’è poco di razionale in queste scelte. La finalità politica evapora. È più un desiderio di vendetta che dovrebbe mettere in imbarazzo una coalizione dominata da due partiti, Fratelli d’Italia e Lega, che hanno costruito larga parte dei loro successi su un certo giustizialismo tribale. Il tutto condito dal costante rivolgersi indietro di questa destra reazionaria. È continuo guardare al passato, come per i pagamenti elettronici. È la ricerca di una “comfort zone” che appartiene ad un’altra epoca e non a quella attuale.
Per di più è ormai evidente che il rapporto tra il governo Meloni e l’Unione europea – nello specifico
la Commissione e le Cancellerie più importanti come quelle di Parigi e Berlino – non è né lineare, né idilliaco. Andare allo scontro o provocare anche
su un terreno in cui eravamo giudicati un esempio, è davvero controproduttivo.
Stesso discorso anche sulle intercettazioni telefoniche. Oltre al danno democratico inferto dal tentativo di vietarne la pubblicazione, l’esecutivo meloniano ha dimenticato che è stata la Corte di Giustizia dell’Ue a febbraio scorso – non qualche anno fa – a concedere la massima legittimazione a questo mezzo investigativo. Addirittura aveva certificato che un magistrato può disporre gli ascolti anche “senza motivazione”.
C’è infine un terzo elemento che rende incoerente e sospettosa la riforma Nordio. Secondo le ultime ricerche, compiute da soggetti indipendenti e istituzionali, il valore della corruzione in Europa ammonta a circa 900 miliardi di euro l’anno. E di questi ben 237 sono riferiti all’Italia. Una somma che vale il 13 per cento del nostro Pil. Sono quasi 10 manovre economiche. Un importo, se utilizzabile, in grado di assestare un colpo decisivo alla montagna del debito pubblico. Limitare e ridimensionare le “armi” per combattere questo scempio non ha alcun senso pratico. Se non quello di rispondere a logiche e a interessi elettorali. E forse anche di mettere in atto l’ultima ritorsione nei confronti dei magistrati e della stampa, già promessa da Silvio Berlusconi. Non è un caso che la parola d’ordine lanciata in queste ore sia la “separazione delle carriere”. La seconda controriforma è dunque già pronta. Ma un nuovo scontro con l’Unione europea è inevitabile.