Il risultato della visita di Antony Blinken a Pechino dipendeva in grande misura dall’incontro con Xi Jinping, non programmato nell’agenda ufficiale. Se ci fosse stato, sarebbe stato un successo. In caso contrario, un fallimento. Perciò i cinesi, maestri millenari di suspence politica (lo imparò già Richard Nixon nel suo storico viaggio in Cina nel 1971), hanno tenuto il segretario di Stato americano con il fiato sospeso fino all’ultimo.
Alla fine il colloquio c’è stato, è durato 35 minuti, che vanno sommati alle oltre otto ore complessive con il ministro degli Esteri Qin Gang e con il vero capo della diplomazia cinese Wang Yi. E Xi Jinping ha potuto finalmente ergersi a interlocutore paritario degli Stati Uniti affermando che il rapporto tra le due superpotenze ha un peso decisivo “sul futuro e il destino dell’umanità”.
Il risultato della visita di Antony Blinken a Pechino dipendeva in grande misura dall’incontro con Xi Jinping, non programmato nell’agenda ufficiale. Se ci fosse stato, sarebbe stato un successo. In caso contrario, un fallimento. Perciò i cinesi, maestri millenari di suspence politica (lo imparò già Richard Nixon nel suo storico viaggio in Cina nel 1971), hanno tenuto il segretario di Stato americano con il fiato sospeso fino all’ultimo.
Alla fine il colloquio c’è stato, è durato 35 minuti, che vanno sommati alle oltre otto ore complessive con il ministro degli Esteri Qin Gang e con il vero capo della diplomazia cinese Wang Yi. E Xi Jinping ha potuto finalmente ergersi a interlocutore paritario degli Stati Uniti affermando che il rapporto tra le due superpotenze ha un peso decisivo “sul futuro e il destino dell’umanità”.
Attenzione, però, ai facili entusiasmi. Non è ancora l’inizio della distensione tra Washington e Pechino. È appena l’avvio di un disgelo, dopo il ghiaccio ispessito degli ultimi mesi e il tintinnare di sciabole che aveva fatto temere l’avverarsi della cosidetta “trappola di Tucidide” (quando una potenza emergente sfida la potenza esistente la guerra è inevitabile, come accadde tra Sparta e Atene). Il comunicato del recente G7 di Hiroshima, fortemente voluto dagli Usa e quasi imposto agli alleati, indicava, con toni durissimi, la Cina come il vero avversario dell’Occidente, dei suoi valori ma anche dei suoi commerci.
Da ieri Cina e Stati Uniti sono riconnessi. Alla visita di Blinken altre seguiranno: quella del segretario al Tesoro Janet Yellen, del Commercio Gina Raimondo, dell’inviato speciale per il clima John Kerry. Era il percorso concordato da Biden e Xi Jinping a Bali, al G20 di novembre dell’anno scorso, per stabilizzare i rapporti.
Ma si era interrotto prima ancora di cominciare. La Cina aveva continuato a essere ambigua sulla guerra della Russia in Ucraina, provocatoria nei confronti di Taiwan, minacciosa nel suo riarmo per costruire il più grande esercito al mondo. Biden, forte di un consenso bipartisan (semmai i repubblicani lo accusano di essere troppo tollerante con la Cina), ha risposto a muso duro. L’incidente della sonda cinese, che ha attraversato i cieli d’America a febbraio prima di essere abbattuta dai caccia dell’Air Force, è stato il pretesto per la rottura (ancora non è stato reso noto il rapporto del Fbi, che smentirebbe la versione cinese della sonda meteorologica). Blinken ha annullato l’annunciata visita a Pechino, ha avuto un alterco assai poco diplomatico con Wang Yi alla conferenza di Monaco sulla sicurezza. Ma proprio nei giorni in cui il comunicato del G7 di Hiroshima segnava il punto più basso nei rapporti tra Occidente e Cina, il capo della Cia Bill Burns andava in missione segreta a Pechino. Burns è un diplomatico di grande esperienza (è la prima volta che un diplomatico guida la Cia). È stato anche ambasciatore a Mosca, parla benissimo il russo, conosce Putin, che ha incontrato più volte. Ed è soprattutto l’uomo cui Biden affida le “mission impossible”.
Come quella di riannodare il dialogo con la Cina.
C’è una singolare ripetitività, quasi rituale, nei rapporti tra Washington e Pechino. Nel luglio 1971 Henry Kissinger, l’uomo di fiducia di Richard Nixon per le missioni all’estero, fece, come Burns, un viaggio segreto
a Pechino per aprire la strada alla prima visita di un presidente americano in Cina, che avvenne poi l’anno dopo a febbraio. Quando Nixon arrivò a Pechino non sapeva ancora se avrebbe incontrato Mao Zedong. I cinesi tennero tutti sulle spine finché Mao invitò Nixon a casa sua (Xi con Blinken ha preferito la solennità dei palazzi imperiali). Neppure quell’incontro fu lungo, più di forma che di sostanza. Ma segnò il successo della visita di Nixon a Pechino. Però ci vollero anni prima che Cina e Stati Uniti stabilissero relazioni diplomatiche.
Anche oggi il processo di normalizzazione sarà lungo e complicato. Ma inevitabile. Innanzitutto per ragioni economiche. Come ha scritto Affari e Finanza la “Corporate America” vuole continuare a fare business con la Cina e gli amministratori delegati delle grandi multinazionali sono andati in processione da Xi prima di Blinken. Greg Hayes, ceo di Raytheon, la più grande società americana nel settore aerospaziale e della difesa, ha detto della Cina in un’intervista al Financial Times: “Possiamo ridurre i rischi (de-risk era la parola chiave del comunicato del G7), ma non possiamo dividerci”.
La Cina, a sua volta, ha bisogno di recuperare i rapporti commerciali con l’Occidente per rilanciare il passo rallentato dell’economia. Le elezioni americane del 2024 sono un’incognita anche per Xi.
Poi ci sono gli aspetti politico-militari, che sono intrecciati a quelli economici. Come ha scritto ieri Charles Kupchan su questo giornale, la Guerra Fredda 2.0 sarebbe molto più complicata di quella 1.0. Perchè l’Urss era un gigante militare, ma un nano economico: una “superpotenza sottosviluppata”, secondo una perfetta definizione di Alberto Ronchey. Oggi la Cina è, al contrario, una superpotenza (molto) sviluppata. Perciò più competitiva e più pericolosa. E il contesto internazionale è più indecifrabile perché più frastagliato. I corsi e i ricorsi si fermano ai viaggi segreti e agli incontri sospesi fino all’ultimo. Il resto è tutta un’altra Storia. E la “trappola di Tucidide” non è ancora scongiurata.