Un fattore strutturale, seppur drammatico, potrebbe aiutare l’Italia nella difficile ricerca di talenti e di soluzioni alla sfida demografica. Nel mondo, oggi, circa 110 milioni di persone sono state costrette a fuggire in cerca di una vita nuova, secondo le stime dell’Agenzia Onu per i Rifugiati. Per intenderci, quasi il doppio dell’attuale popolazione italiana. Tra i fuggitivi, 35 milioni sono riconosciuti formalmente come rifugiati, con Siria, Ucraina e Afghanistan paesi principali di provenienza. Dove vorrebbero andare? Non sorprende che gli Stati Uniti e la Germania siano ai primi due posti come destinazioni più attraenti, anche se tre quarti si trovano in paesi poveri o emergenti.
L’Italia, anziché preoccuparsi solo degli sbarchi (giusta preoccupazione peraltro), dovrebbe diventare una destinazione per loro attraente. Pensiamo infatti alla nostra traballante demografia, che vede solo poco più del 15% della popolazione sotto i 18 anni.…
Un fattore strutturale, seppur drammatico, potrebbe aiutare l’Italia nella difficile ricerca di talenti e di soluzioni alla sfida demografica. Nel mondo, oggi, circa 110 milioni di persone sono state costrette a fuggire in cerca di una vita nuova, secondo le stime dell’Agenzia Onu per i Rifugiati. Per intenderci, quasi il doppio dell’attuale popolazione italiana. Tra i fuggitivi, 35 milioni sono riconosciuti formalmente come rifugiati, con Siria, Ucraina e Afghanistan paesi principali di provenienza. Dove vorrebbero andare? Non sorprende che gli Stati Uniti e la Germania siano ai primi due posti come destinazioni più attraenti, anche se tre quarti si trovano in paesi poveri o emergenti.
L’Italia, anziché preoccuparsi solo degli sbarchi (giusta preoccupazione peraltro), dovrebbe diventare una destinazione per loro attraente. Pensiamo infatti alla nostra traballante demografia, che vede solo poco più del 15% della popolazione sotto i 18 anni. I rifugiati sono invece particolarmente giovani: 40% tra loro hanno meno di 18 anni. Sono quindi potenziali talenti, ovvero giovani che possono e vogliono ricevere un’istruzione.
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Quando si parla di talenti, spesso si pensa ai laureati. Dobbiamo impegnarci a costruire dei percorsi per i giovani rifugiati che possono ambire anche all’università. Per questo servono collaborazioni innovative, che coinvolgano oltre agli atenei e alle autorità governative italiane, anche chi si occupa delle ragazze e dei ragazzi in fuga, e borse di studio. Anche se l’idea di un rifugiato laureato sembra irraggiungibile, non lo è. Con esiti anzi emozionanti, come ho provato, con diversi membri della comunità Bocconi, incontrando alcuni studenti rifugiati. Penso a Fatima, fuggita dall’Afghanistan dove le donne sono espulse dalla scuola dai Talebani, e che grazie all’aiuto dei nostri militari ha raggiunto l’Italia e oggi studia in un corso di laurea per essere, come dice lei, “un’agente del cambiamento positivo del mondo”. Penso anche ad Hafsa, che è riuscita a laurearsi studiando di sera e lavorando di giorno in un campo profughi in Mozambico, dopo essere nata in Tanzania da una mamma ruandese e un papà del Burundi. Oggi è iscritta ad una laurea specialistica. Le università italiane devono aspirare ad un ruolo che diviene in questi casi di “super ascensore sociale”. Da rifugiato a laureato: come scalare un grattacielo, ma non impossibile.
Il talento non deve però essere solo circoscritto all’università, soprattutto se pensiamo alle eccellenze italiane dell’industria e dell’artigianato. La composizione per livello di istruzione dei migranti riflette peraltro quella del paese di destinazione. Recentemente, Tommaso Frattini, dell’Università Statale di Milano, ha pubblicato con Pietro Bertino il settimo rapporto dell’Osservatorio sulle Migrazioni. Il rapporto mostra, con la semplicità e la forza dei dati, come i paesi che hanno una quota più elevata di laureati attraggano una quota maggiore di migranti laureati. L’Italia, che, come sappiamo, è quasi fanalino di coda per quota di laureati nell’Unione Europea, ha finora attratto migranti con titoli di studio in media più bassi rispetto ad esempio alla Svezia o all’Irlanda, che hanno molti più laureati tra i “nativi”. La struttura stessa del mercato del lavoro italiano e l’idea di “made in Italy” richiedono lavoratori nell’industria o in agricoltura, e creativi artigiani. Anche per la nostra cultura di forti legami familiari, c’è forte domanda di lavoratori per la cura nelle famiglie e nei sistemi socioassistenziale e sanitario. Serve un grande sforzo di integrazione per i rifugiati, per far esprimere il proprio potenziale anche con le mani e nella cura delle persone. Occorre portare tutti ad un livello minimo di conoscenza della lingua italiana, varando un programma importante che coinvolga attori pubblici, privati e del terzo settore. Creando offerte specifiche per questi giovani, di cui abbiamo un estremo bisogno.
Solo una politica migratoria esplicita, attiva, mirata all’integrazione e allo sviluppo delle competenze, risponderà alla grande sfida demografica che l’Italia sta affrontando. Smettiamola di sperare che, una volta giunti in Italia, anche questi giovani vogliano fuggire.