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Esondazioni, l’Arcadia felice non è una soluzione

Esondazioni, l’Arcadia felice non è una soluzione
Per la protezione idraulica del territorio in Italia adesso serve senso dello Stato e buon senso. Occorre conservare ciò che ha un valore e innovare con attenzione
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Un evento naturale diviene catastrofe solo quando l’uomo non sta al suo posto? Ma qual è questo posto? Gli insediamenti della pianura padana non dovrebbero essere dove sono e Alessandria o Pavia dovrebbero essere rimosse perché in mezzo ai piedi delle acque di piena? La visione antropocentrica della Natura che ci riconosce un ruolo centrale rispetto alle catastrofi non è antitetica rispetto alle tesi mainstream dell'ecologismo radicale. Tutta colpa nostra, pentiamoci.

Questa tesi è concettualmente problematica. Se una piena in un’Islanda disabitata è generata da una mega eruzione vulcanica che ha fuso immani quantità di ghiacci, formando nel processo le più grandi portate d'acqua dolce mai viste su questo pianeta (è successo nel 1990), non è una catastrofe se elimina orsi polari e lo diventa se elimina islandesi? Ma l'estinzione di massa alla fine del Permiano (circa 250 milioni di anni fa) non è chiamata una catastrofe perché scomparvero il 90% delle specie viventi?

La soluzione definitiva dei problemi della protezione idraulica del territorio non può richiedere evacuazioni forzate di chi oggi risiede in aree in qualche modo esondabili. La sistemazione idraulica capillare del territorio montano postula piene più intense nelle valli e nelle pianure, così come le coevoluzioni progressive nell’uso del suolo prodotte dalle dinamiche dell’ambiente naturale e costruito.

La protezione idraulica del territorio deve evolvere nel tempo, e si dovrebbe concludere che la situazione italiana richiede insieme senso dello Stato e buon senso. Le aree a rischio di esondazione sono note o conoscibili con relativa facilità. Dove usi del suolo e artefatti incompatibili con una ragionevole sicurezza idraulica abbiano acquisito il valore di bene culturale o ambientale, vanno difesi studiando interventi di difesa idraulica. Ove non siano di interesse pubblico e speculativi, magari abusivi, vanno demoliti o abbandonati.

All’artificializzazione progressiva del territorio devono corrispondere ingegneria e investimenti, non il ricorso alla Natura, per assicurare qualità urbana, ambientale e della vita.

L’idea del risparmio delle risorse e del territorio è poco praticabile perché comincia tardi e discrimina chi vorrebbe stare meglio adesso. Non sono in pochi a manifestare perplessità contro il mondo industrializzato che pretende rispetto per le risorse naturali dai Paesi in via di sviluppo, dopo che le sue se le è divorate da tempo (le foreste in Europa, le emissioni di gas serra ovunque nei Paesi industrializzati). L’idea di un’Arcadia felice ritiratasi su tenori di vita ridotti e parsimoniosi di risorse naturali mi sembra antropologicamente infattibile.

In generale il bilancio non è positivo. Gli anni dello sviluppo sono sempre, e ovunque, caratterizzati da alterazioni devastanti. La Cina di oggi è su grande scala la ripetizione dei processi urbanistici semi-spontanei che hanno formato la deprimente cintura delle periferie italiane degli anni Cinquanta e Sessanta. Almeno le nostre cinture urbane hanno stretto in una morsa gli antichi nuclei urbani senza raderli al suolo come a Pechino. Poco si impara dalla storia propria, figuriamoci da quella degli altri.

Segni infelici ve ne sono molti. Non è difendibile l'alluvione di bruttezza prodotta dai capannoni industriali, dalla "nuova” edilizia residenziale o dai grandi centri commerciali, che affliggono il Veneto in modo speciale.

Sembra che dagli anni Cinquanta in poi il Belpaese abbia completamente dimenticato l'arte del costruire, come se non fosse predisposto al benessere generalizzato. Cosa direbbe Goethe, che magnificò nel Viaggio in Italia del 1786 la stupenda bellezza della campagna fra Padova e Vicenza, se potesse vedere l'odierna teoria ininterrotta di capannoni e capolavori di geometri fai-da-te che decorano quelle stesse strade? Il paesaggio sfregiato è il dolore del Poeta e di tutti.

Quale sia il modello giusto tra sviluppo e conservazione per ciò che resta dello stupendo territorio italiano non so dire e lascio ad altri il compito di discuterlo. So per certo, però, che a qualunque scenario deve comunque corrispondere un adeguato sistema di opere idrauliche e di loro segni sul paesaggio.

Il combinato disposto di edificazioni, urbanizzazioni o trasformazioni fondiarie, ciò che in sintesi chiamiamo modificazioni nell'uso del suolo, produce un multiplo, sinergico effetto. Ma delle due una: o si demolisce il costruito e si interviene impedendo fermamente ogni intervento che produca un incremento di superficie urbanizzata, sistemazioni fondiarie, disboscamenti, arginature e protezioni idrauliche del territorio, o si fa ingegneria e pianificazione territoriale vera, con adeguamenti ex ante ed ex post delle infrastrutture. Conservando e innovando con attenzione.

Credo che la seconda via sia l'unica realistica. Tornare a un uso del territorio che solo assomigli a quello di secoli fa è utopistico, irrazionale e complessivamente ingiusto: oggi si vive meglio di allora, specie in quei contesti dove i segni del paesaggio costruito sono stati più devastanti.

L’autore, il 22 marzo, è stato insignito dall'Accademia reale svedese della Carl XVI Gustafs medalj "Pro Mundo Habitabili" (il Nobel dell'acqua o Stockolm Water Prize). Questo testo verrà letto durante l’appuntamento di venerdì alla Milanesiana

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