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La lunga strada di Schlein

La segretaria ha affrontato la direzione nazionale del partito senza glissare sui problemi interni
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Elly Schlein ha affrontato la direzione del Partito democratico senza glissare sugli evidenti problemi interni. Scelta giusta: meglio affrontarli che fingere unità. La segreteria del Pd ha chiesto sostegno e compattezza verso l’esterno, sottolineando che ci sono momenti nei quali è necessario parlare agli elettori più che parlarsi addosso. Per questo ha impostato la prima parte del suo intervento per rilanciare un’agenda basata su tre grandi cornici: giustizia sociale, lavoro, ambiente. Nulla che non avesse già detto nella campagna per le primarie e nelle prime settimane da leader, ma con la convinzione che si tratta dei temi giusti per parlare a un elettorato giovane e in parte nuovo, molto interessato a una visione per il futuro e senz’altro meno ai rapporti di forza nel Pd, tema che alla lunga ha estenuato anche i più affezionati entomologi della sinistra italiana.


Tutto risolto? Neanche per idea, servirà un lavoro lungo e difficile per rimettere in pista un Pd capace di conte…

Elly Schlein ha affrontato la direzione del Partito democratico senza glissare sugli evidenti problemi interni. Scelta giusta: meglio affrontarli che fingere unità. La segreteria del Pd ha chiesto sostegno e compattezza verso l’esterno, sottolineando che ci sono momenti nei quali è necessario parlare agli elettori più che parlarsi addosso. Per questo ha impostato la prima parte del suo intervento per rilanciare un’agenda basata su tre grandi cornici: giustizia sociale, lavoro, ambiente. Nulla che non avesse già detto nella campagna per le primarie e nelle prime settimane da leader, ma con la convinzione che si tratta dei temi giusti per parlare a un elettorato giovane e in parte nuovo, molto interessato a una visione per il futuro e senz’altro meno ai rapporti di forza nel Pd, tema che alla lunga ha estenuato anche i più affezionati entomologi della sinistra italiana.


Tutto risolto? Neanche per idea, servirà un lavoro lungo e difficile per rimettere in pista un Pd capace di contendere alla destra il governo del Paese. Al discorso di Schlein di ieri vanno però riconosciuti due meriti. Il primo è aver chiesto esplicitamente agli oppositori di farsi avanti: se ci sono ostacoli insormontabili nella definizione di una linea condivisa da tutto il partito, è bene che escano fuori subito e in forma ufficiale, servirebbe quanto meno a evitare che il finale sia quello già visto troppe volte, un partito sonnambulo dove molti improvvisamente ritrovano parola e coscienza solo all’indomani di un rovescio elettorale.

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Il secondo è aver definito ancora con chiarezza la posizione del Pd a sostegno dell’Ucraina, passaggio necessario dopo la partecipazione di Schlein a una manifestazione, quella del Movimento 5 Stelle dello scorso fine settimana, nella quale Giuseppe Conte ha delegato l’intervento sulla guerra a Moni Ovadia e accorciato fino quasi ad annullarla la distanza tra l’analisi grillina e quella del Cremlino: nelle parole di Ovadia, un conflitto voluto dall’Occidente, subìto da Putin e da una Russia impegnata per un nuovo ordine mondiale multipolare da contrapporre a quello imposto dagli Usa alla “serva” Europa (un’Italia “prona agli Usa”, ha aggiunto Conte, il presidente del Consiglio che aprì le porte della nostra intelligence al segretario alla Giustizia americano Bill Barr, spedito dall’amministrazione Trump a indagare nel nostro Paese su un fantomatico complotto contro The Donald alle presidenziali 2016). Le parole di Schlein hanno chiarito che su questo tema è impossibile trovare una convergenza con il potenziale alleato 5S e valgono anche come una risposta a chi dipinge la neosegretaria incapace di arginare le pressioni provenienti da parte della sua base e dalla sinistra più radicale, ammesso e non concesso che possa essere considerato di sinistra un presunto pacifismo che tiene bordone al più fascista degli stati autocratici in nome di un becero e ottuso antiamericanismo da liceo occupato (occupato cinquant’anni fa, peraltro). Non era scontato tenere il punto a rischio di scontentare qualche ultras, e infatti non lo è dall’altra parte della barricata dove Meloni pare decisamente meno a suo agio nel controllare i richiami della foresta nella base del suo partito, ne è un esempio lampante l’impuntatura ideologica sulla ratifica del Mes.


Ovviamente la nettezza sull’Ucraina non cancella la spericolatezza di dover andare a costruire una coalizione con una formazione ambigua su molti temi come il M5S, e con altre che, al momento, sembrano interessate ad altro (Italia viva è nella coalizione di destra alle imminenti regionali del Molise). D’altra parte, fin quando la legge elettorale costringerà a votare per coalizione, a occhio ancora per parecchio, è difficile biasimare il tentativo di costruire un’alleanza larga per competere con la destra. Dentro la quale, peraltro, le divisioni sull’Ucraina sono nette quanto quelle nell’opposizione: Meloni ha usato la sua forza elettorale per imporre la linea agli alleati. Schlein prova ad allargare. Ieri ha teso una mano verso Carlo Calenda (“Andrei anche a una sua manifestazione”), attaccando il solo Matteo Renzi (“Io subalterna? È lui che ha subito invitato Berlusconi al Nazareno”). Il leader di Azione ha ritenuto di non raccogliere l’assist e ha difeso Renzi dalle “amnesie selettive di Schlein”, una reazione nella quale è difficile capire dove finisca l’atto di cavalleria verso il rivale e dove inizi l’incomprensione politica del gesto di Schlein. Su una questione, però, la leader dem non può e non deve sottovalutare i moniti e anche le critiche: il mercato elettorale del Pd deve restare largo e plurale. L’idea che il partito torni vivo e forte solo recuperando i voti degli astenuti e degli scontenti di sinistra — come se l’astensione fosse tutta da una parte e in attesa di un segnale dal Nazareno — è pura mitologia, tipo l’unicorno, tipo lo Yeti, tipo un leader del Pd sostenuto da un partito senza divisioni.
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