La legge del mare tra Cutro e Titan
di Francesco ManacordaC’è – ci sarebbe – la legge del mare che impone di salvare qualsiasi vita in pericolo. E poi c’è una legge economica del mare che prevale sulla prima e si basa su un paradigma diverso: i costi e gli sforzi spesi per salvare vite – recita questa regola - sono direttamente proporzionali al potere economico di quelle vite. E dunque, una barca carica di centinaia di disperati asiatici e africani che hanno pagato qualche migliaio di dollari per fuggire dai loro Paesi rimane in avaria nel Mediterraneo. Quella barca non vale alcun soccorso, anzi viene attivamente evitata dalle autorità marittime che dovrebbero farsene carico, perché l’arrivo di quelle persone sulle sponde europee rappresenterebbe solo un costo e aprirebbe la strada ad altri viaggi, altri sbarchi, altri costi. L’ultima volta è successo appena una settimana fa, al largo della Grecia.
Dall’altra parte del mondo ci sono navi, motovedette, aerei e satelliti che cercano di trovare altri uomini in mare: non sono centinaia, sono solo…
C’è – ci sarebbe – la legge del mare che impone di salvare qualsiasi vita in pericolo. E poi c’è una legge economica del mare che prevale sulla prima e si basa su un paradigma diverso: i costi e gli sforzi spesi per salvare vite – recita questa regola - sono direttamente proporzionali al potere economico di quelle vite. E dunque, una barca carica di centinaia di disperati asiatici e africani che hanno pagato qualche migliaio di dollari per fuggire dai loro Paesi rimane in avaria nel Mediterraneo. Quella barca non vale alcun soccorso, anzi viene attivamente evitata dalle autorità marittime che dovrebbero farsene carico, perché l’arrivo di quelle persone sulle sponde europee rappresenterebbe solo un costo e aprirebbe la strada ad altri viaggi, altri sbarchi, altri costi. L’ultima volta è successo appena una settimana fa, al largo della Grecia.
Dall’altra parte del mondo ci sono navi, motovedette, aerei e satelliti che cercano di trovare altri uomini in mare: non sono centinaia, sono solo cinque chiusi in un sommergibile e ognuno di loro ha pagato 250 mila dollari, cinquanta o cento volte in più di quelle anime perse sui barconi dei trafficanti, per una fantastica avventura. Quelli cercavano la sopravvivenza, questi cercano il brivido di una gita senza pari. Una gita che, per ironia della sorte punta al Titanic, la nave carica anche di migranti europei che viaggiavano in terza classe e che nel 1912 trovarono la morte al largo di Terranova.
Non è una questione – non è solo una questione – razziale: sul Titan, così si chiama il sommergibile, ci sono Shahzada Dawood, di 48 anni e il figlio Suleman che ne ha 19. Appartengono a una delle famiglie più ricche del Pakistan. Mezzo milione di dollari in due è tanto, lo sappiamo tutti, ma del resto che prezzo potrà mai avere condividere un sogno tra padre e figlio? Su uno dei tanti barconi affondati – Cutro, Calabria, notte del 25 febbraio – c’era Shahida Raza, 29 anni anche lei pakistana, aveva giocato nella nazionale di hockey e voleva raggiungere l’Europa per curare il figlio di tre anni che a soli 40 giorni aveva avuto un devastante ictus. Imbarcarsi su una carretta del mare è una cosa da folli, lo sappiamo tutti, ma del resto che rischio si potrà accettare di correre per aiutare un figlio?
Sui siti, sui giornali, sulle tv, seguiamo le testimonianze della ricerca minuto per minuto dei naufraghi del Titan: la caccia a un segnale, la speranza di un lieto fine, i parenti di chi è disperso in mare che raccontano l’angoscia dell’attesa. Sugli stessi siti, gli stessi giornali, le stesse tv, non ci è concesso il dubbio privilegio di vivere in diretta la stessa ansia e la stessa mobilitazione per quelli che non erano sul Titan. Restano, dopo i naufragi, gli spezzoni di colloqui con le capitanerie di porto del mediterraneo, le voci disperate di chi è in mare, le lacrime di chi quel viaggio lo ha già fatto e aspettava un fratello o una cugina.
Forse un giorno, fra moltissimi anni, racconteremo con la stessa partecipazione lo spiegamento di forze planetario per un'altra ricerca di un sommergibile che va in cerca di testimonianze storiche e avventure presenti: la corsa contro il tempo per ritrovare un’avveniristica navetta che porta ricchissimi turisti tra la Grecia, Malta e l’Italia, a visitare i relitti di lontani naufragi di migranti e che è incomprensibilmente sparita; nel frattempo un regista di Hollywood ne avrà anche fatto un film che racconta di un ragazzo e una ragazza in fuga dal Pakistan che si innamorano in una stiva piena d’acqua salmastra e benzina e poi, quando la barca affonda, muoiono abbracciati. Un successo in tutto il mondo, magari intitolato “Cutro”.